Il ricordo. Così il cardinale Martini disarmò i terroristi

31-08-2017 - Notizie

Il ricordo. Così il cardinale Martini disarmò i terroristi   di Filippo Rizzi giovedì 31 agosto 2017

Il racconto dell’ex cappellano del carcere di San Vittore: «La sua capacità di ascolto e i suoi gesti hanno conquistato e convertito tanti “Innominati”». Oggi la Messa con Scola in Duomo

L’incontro e l’ascolto dei detenuti è sempre stata una modalità delle visite del cardinale Carlo Maria Martini nelle carceri milanesi. «Così ha conquistato la fiducia di molti di loro diventando un punto di riferimento» racconta l’ex cappellano don Melesi

Si descrive e si considera come «un prete da galera» che ebbe il privilegio di essere amico e confidente in tante situazioni difficili del cardinale Carlo Maria Martini «che per stile, dirittura morale tanto assomigliava al suo predecessore, il cardinale arcivescovo di Milano Federigo Borromeo, di manzoniana memoria, per la sua capacità di ascoltare i lontani e di convertire peccatori irredimibili come l’Innominato ». Situazioni complesse che avevano come sfondo i raggi interdetti al pubblico e spesso «poco visitati» anche dalle autorità giudiziarie del carcere milanese di San Vittore «dove vivevano gli ergastolani, i terroristi, insomma tutte quelle persone chiamate spesso in gergo come “irriducibili”». Sono i primi ricordi che affiorano nella memoria del salesiano don Luigi Melesi, classe 1933, storico cappellano della casa circondariale dal 1978 al 2008. Impressioni che rievocano «la grandezza u- mile» del cardinale Martini di cui oggi ricorrono i cinque anni dalla scomparsa. «Fu io stesso a farmi “profeta” di quel gesto clamoroso che tanta eco ebbe – rivela oggi –. A conclusione di una Messa celebrata all’inizio del 1980 nel carcere milanese gli dissi: “Vedrà eccellenza, (allora non era ancora cardinale, ndr) che un giorno tanti “Innominati” verranno da lei, si convertiranno alle sue parole e le consegneranno le armi”.

Questa mia premonizione si avverò quattro anni più tardi: il 13 giugno del 1984 con la consegna delle armi, un vero arsenale, da parte dei terroristi delle Brigate Rosse in arcivescovado a Martini». E proprio questo anziano sacerdote che oggi vive «per un periodo di convalescenza» con sua sorella in Valsassina, in provincia di Lecco, fu il principale tramite di quella scelta dirompente («trasportai io stesso a bordo di una macchina in compagnia di un “brigatista in libertà” quei quattro borsoni carichi di kalashnikov, bombe a mano e fucili…») e artefice indiretto della lettera che anticipò la famosa “resa delle armi” all’arcivescovo di Milano. «Ricordo che a convincere gli ex brigatisti come Ernesto Balducchi – è la confidenza del sacerdote salesiano di 84 anni – furono l’affabilità e la capacità di ascolto con cui Martini, molti anni prima di quel atto clamoroso, accettò di confrontarsi con loro, di recepire senza giudicare le loro storie. Si preoccupava addirittura dei loro bambini, spesso costretti a vivere lontani dai contesti familiari. Riuscì a “disarmarli” così. Io stesso annotavo e poi dattilografavo questi dialoghi che poi consegnavo a Martini. Loro rimasero colpiti dai gesti di attenzione del cardinale dentro il penitenziario e soprattutto dal fatto che rispose alla loro lettera.

Un altro dettaglio che li indusse a vedere in Martini l’interlocutore giusto per questa mediazione furono le parole ascoltate attraverso la radio del cardinale durante una delle sue famose “lectio” – che diedero il là alla famosa Scuola della Parola – dedicata al salmo penitenziale del Miserere ». Un percorso non nuovo quello di Martini dentro un penitenziario – da “semplice gesuita e biblista” prima del suo ingresso come arcivescovo a Milano declinò l’opera di misericordia della visita ai carcerati assistendo il confratello napoletano Virginio Spicacci nel penitenziario di Nisida – ma che ebbe da subito risvolti inaspettati a San Vittore. «Qui, nel carcere, poco tempo dopo il suo arrivo a Milano nel 1980 – racconta don Melesi – volle trascorrere ben quattro giorni e mi ricordo quanta resistenza ci volle per convincere l’allora direttore del carcere a permettere la visita di Martini negli angoli più remoti del luogo di detenzione. Rammento ancora il primo incontro con i terroristi e quel desiderio di alcuni di loro che, al momento del congedo, il cardinale recitasse con loro il Padre Nostro. Una richiesta che fu subito esaudita. O ancora il gesto singolare di Balducchi, da tutti chiamato l’Ernesto, che volle regalare a Martini una copia che teneva in tasca della Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni».

 

Istantanee, quelle di don Melesi, che riportano a un altro episodio «che fece scalpore in quegli anni» del lungo episcopato di Martini: l’aver voluto amministrare il Battesimo, il 13 aprile 1984, dentro la sezione femminile del carcere milanese ai due gemelli Nicola e Lorenza «concepiti addirittura durante il periodo di detenzione ». Erano i figli dei due terroristi e «irriducibili » di Prima Linea Giulia Borelli e Enrico Galmozzi. «Fu quest’ultimo, ero testimone di quell’incontro a San Vittore, soprannominato da tutti “Chicco”, a fare la proposta. Mi impressionò la serenità con cui Martini accettò la richiesta con la premessa che ai due bambini fosse garantita, grazie all’assenso dei nonni, un’educazione cristiana». Dall’album dei ricordi, a cinque anni dalla scomparsa del «mio cardinale», don Luigi fa emergere un altro tratto singolare. «Mi impressionò una richiesta che mi fece all’inizio del suo episcopato a Milano. Mi chiede di fargli da ammonitore. “Se vedi che parlo troppo, pecco di orgoglio o abuso del mio ruolo. Tu non esitare a farmi delle osservazioni”. E io molto umilmente ho adempiuto a questo impegno: una regola tipica dei gesuiti. Il cardinale non mi ha mai rimproverato per essere stato troppo severo con lui, per le mie “ammonizioni”. Tra i salesiani ho avuto tanti superiori santi, ma mai mi era capitato di avere un arcivescovo così».

Don Luigi torna con la mente agli ultimi incontri avvenuti con Martini – durante i quali «mi sono portato dietro un piccolo drappello di ex detenuti» –, prima della sua morte nel 2012, nella residenza dei gesuiti, l’Aloisianum di Gallarate; a quegli atti di carità nascosta del porporato («spesso lui che non portava mai soldi nelle sue tasche mi dava ingenti somme di denaro e mi diceva: “Questi sono per tuo fratello Pietro, missionario in Brasile” »). «È sempre venuto incontro ai miei suggerimenti e alle mie richieste spesso originali – è la confidenza finale –. Di fronte anche alle critiche, alle invidie che un personaggio del suo spessore poteva provocare dentro e fuori la Chiesa, l’ho sempre visto distaccato, lontano dalle piccole beghe umane. Era superiore a tutto. Da autentico gesuita viveva solo in “Compagnia” di Gesù».