CONVEGNO "ZERO POVERTY"
Biella 19 giugno 2010
"Un convegno sulle povertà e sull'esclusione sociale: motivazioni e prospettive"
Ancora parlare di povertà e di esclusione sociale? Ancora passare per catastrofisti e recitare impudicamente sul palco la parte di una Cassandra in veste sociale, ancora alzare la voce e dischiudere i sigilli e suonare le trombe dell'apocalisse per far scorrere davanti ai nostri occhi uno scenario che crediamo già di conoscere e di aver visto troppe volte?
Perché un convegno su povertà e esclusione sociale? Risolverà qualche cosa? Ci aiuterà meglio a mettere a fuoco le tante e inusitate povertà che abitano le nostre città e i nostri paesi? Ci farà capire meglio il nesso tra povertà ed esclusione o ci farà vedere il punto di intersecazione dell'una sull'altra? E quando usciremo da qui avremo qualche soluzione in più, qualcuno sarà meno povero e meno escluso? Ci sono ragioni con un minimo di plausibilità per far perdere tempo alle persone invitandole qui stamattina?
E queste sono domande retoriche?
Voglio condividere con voi dieci ragioni (e non sono tutte) che giustificano il trovarci qui stamattina e l'aver messo a disposizione questo tempo.
1. L'iniziativa dell'Europa e delle Caritas europee
"Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l'Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà: l'Unione si basa sui principi di democrazia e dello stato di diritto. Essa pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell'Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia." Seguono i capitoli sulla dignità, sulla libertà, sull'uguaglianza, sulla solidarietà, sulla cittadinanza e sulla giustizia".
Sono le parole della premessa e dei titoli dei vari capitoli della "Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea" che ha proclamato il 2010 anno di lotta alla povertà. Tra la rassegna dei diritti non si trova, ma è nello spirito della Carta il diritto a non essere povero e a non vivere nella povertà!
"La povertà è uno scandalo. Ogni essere umano ha il diritto ad aver accesso ai mezzi necessari per vivere una vita decorosa, in particolare, cibo, vestiti, alloggio, assistenza sanitaria, riposo e servizi sociali fondamentali."
Queste sono invece le parole contenute nell'opuscolo "Zero Poverty", con cui la Caritas europea e le caritas nazionali hanno risposto all'appello dell'Europa. La povertà vi è rappresentata anche graficamente (a pag 15) come una ragnatela che può paralizzare la vita di singoli, famiglie e nazioni. Noi vogliamo esserci a questo appuntamento, vogliamo fare la nostra parte.
2. L'inganno del fare non sorretto da un pensiero e da una conoscenza
Siamo di fronte, ormai da anni, a serie di emergenze incalzanti in ambito sociale ed economico che rischiano di oscurare l'orizzonte di senso e la direzione di marcia di chi ha la responsabilità e/o di chi sente la responsabilità del proprio paese. Siamo tutti a rischio di rispondere alle emergenze, creando però a medio lungo termine ulteriori problemi o difficoltà che la fretta di risolvere i nodi attuali potrebbero causare. Per evitare questo rischio o almeno per ridurlo abbiamo lo strumento della conoscenza, delle analisi, degli studi di proiezione. Vista la complessità che presenta il volto delle povertà di oggi, non più lineare e riconoscibile, ma plurimo, perchè dovuto alla compresenza e all'intreccio di più cause, il fermarsi a pensare, la conoscenza il più adeguata possibile dei dati e delle situazioni, permette di ricostruire una teoria politica e sociale, dentro cui incanalare e dare senso alle risposte immediate. Questo può essere un contributo al ripensamento.
3. La fissità dello sguardo
La postmodernità (se questa definizione per il nostro tempo rimane ancora valida) ci ha colti tutti di sorpresa. Siamo divenuti incapaci di prevedere gli eventi che ci sono piombati addosso all'improvviso. Penso alla repentina caduta del sistema comunista, al sommovimento dei popoli verso l'Europa e al susseguirsi di crisi economiche che dagli anni settanta ha messo sempre più in difficoltà il nostro modello sociale di sviluppo. Il guaio non sta tanto nel non saper cosa fare, nel rimanere abbagliati e nel proliferare quindi delle ricette con il conseguente spezzettarsi delle soluzioni, ma il guaio maggiore è dato dal nostro sguardo rimasto fisso ad un modello e ad una visione del mondo che non c'era più o stava dissolvendosi. Per trovare però altri orizzonti è necessario muovere gli occhi. Nella società, nella politica, nell'economia, nella chiesa i vecchi modelli non funzionano più e forse sarebbe un tragico errore pensare che questo è un momento transitorio, che tutto verrà ricondotto nell'alveo di prima, e che per questo siamo esautorati dal pensare il nuovo. Alla base della popolazione ci sono tanti fermenti che per ora rimangono nascosti (soprattutto se non li si vuole vedere), ma che prima o poi usciranno allo scoperto. Sarebbe imperdonabile non riconoscerne la portata di trasformazione e qui vogliamo provare ad avere uno sguardo diretto, libero, capace di intuire ciò che sta accadendo.
4. Nuovi modelli di lettura
Abbiamo bisogno dunque di occhi e occhiali nuovi per leggere la realtà. Questi momenti ci servono da laboratorio, da ricerca attraverso il confronto di molte voci e attraverso visioni ampie di mondi che si incrociano, dal più piccolo al più grande. C'è l'urgenzadi introdurre una lettura dinamica, storica, epocale e non semplicemente del piccolo, del casuale, dell'emergenziale. Solo lo sguardo su tutto il disegno lascia capire il particolare. Ma c'è anche bisogno di una lettura globale. Già ci dicevano che il mondo si è fatto piccolo, ma più ancora si è intrecciato. E' la fine dei mondi chiusi. Oggi chi vuole mondi chiusi è obbligato ad alzare muri sempre più alti, di cemento o di culture. Oggi più che mai c'è da giocare la carta dell'apertura responsabile, della solidarietà senza confini, dell'etica sociale condivisa., c'è da pensare in grande e in profondo. E' in questione il futuro.
5. Ci sta a cuore, siamo parte di questo territorio
"Ora io sedevo davanti ai miei ragazzi nella mia duplice veste di maestro e di sacerdote e loro mi guardavano sdegnati e appassionati. Un sacerdote che ingiuria un carcerato ha sempre torto. Tanto più se ingiuria chi è in carcere per un ideale. Non avevo bisogno di far notare queste cose ai miei ragazzi. Le avevano già intuite. E avevano anche intuito che ero ormai impegnato a dar loro una lezione di vita. Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all'ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto. Su una parte della nostra scuola c'è scritto grande "I care". (don Lorenzo Milani, Dalla Lettera ai giudici, 24 ottobre 1965).
Simone Weil, una scrittrice e filosofa ebrea molta vicina al cristianesimo, nel suo testo "Attesa di Dio" scrive:" Proprio perchè l'universo è bello, lo si può amare, esso è una patria. Amiamo dunque la patria di quaggiù. E' reale: resiste all'amore. Questa è la patria che Dio ci ha dato da amare" (pag 136).
Anche a noi stanno a cuore le diverse cittadinanze che contestualizzano la nostra attuale esistenza e il momento storico che viviamo. Ci sta a cuore il mondo, ci sta a cuore l'Europa, l'Italia e il nostro Biellese. Non abbiamo bisogno di scegliere le nostre appartenenze. Tutte le sentiamo come essenziali alla nostra storia e alla nostra identità. Insieme con Michel de Certeau diciamo anche noi: mai senza l'altro!
6. Non possiamo rifiutare la responsabilità
Oggi molti affermano che viviamo in una democrazia incompleta, ma certo da semplice cittadino sembra di trovarsi più in mezzo al furore che alla passione politica per la città degli uomini, per la qualità della loro convivenza, per la giustizia sociale, per una cultura altra. Anche da punti di partenza differenti è essenziale mettere al centro il bene comune, cioè il bene di tutti e di ciascuno. Il nostro punto di vista è definito e senza incertezze: "Bisogna decidere di ripartire dagli ultimi, che sono il segno drammatico della crisi attuale. Fino a quando non prenderemo atto del dramma di chi ancora chiede il riconoscimento effettivo della propria persona e della propria famiglia, non metteremo le premesse necessarie ad un nuovo cambiamento sociale. Con gli ultimi e con gli emarginati potremo tutti recuperare un genere diverso di vita. Riscopriremo i valori del bene comune: della tolleranza, della solidarietà, della giustizia sociale, della corresponsabilità" (La chiesa italiana e le prospettive del paese, CEI 1981). Se lasciamo fuori gli ultimi il bene non sarà più comune, ma solo di qualcuno.
7. Nuovi comportamenti: le buone prassi
La prova della bontà di una idea è verificata nella produzione di buone prassi. O meglio si dovrebbe dire che le buone prassi sono la prova delle buoni intenzioni proposte dalla buone idee. Perchè quello che tutti noi abbiamo sotto gli occhi è proprio la mancanza di adeguate azioni e coerenti comportamenti alle grandi dichiarazioni. Ciò succede ovunque negli stati e nelle chiese. Non sembra ad esempio che la dichiarazione universale dei diritti umani, che ha già quasi l'età ella pensione, abbia fecondato politiche e società. La rilettura di quel documento è più un j'accuse che una verifica di ciò che è stato fatto. Ogni anno siamo invitati alla riflessione su un tema nuovo: c'è l'anno dedicato all'handicap, quello dell'immigrato, quello del volontariato, questo sulla povertà. É un anno che va pensato come tempo per introdurre prassi nuove che modifichino, correggano o scardinino comportamenti infruttuosi, inefficaci o addirittura minacciosi: sono prassi legate soprattutto alla riscoperta, della prossimità, dal vicino di casa al collega di lavoro, dagli amici dei figli al condominio solidale, dagli affitti equi alla riduzione della litigiosità, dal pensare in positivo al ritorno al risparmio e alla sobrietà, dagli atteggiamenti di tolleranza e di misericordia alla volontà di partecipazione, dalla brutalità e dalla violenza alla coltivazione di una umanità solidale. Per questo seguirà un secondo momento del convegno in autunno con proposte, progetti e prospettive. Bisogna fare di più.
8. Guardare a partire dalle conseguenze
Molte volte per miopia o semplicemente per errore intraprendiamo delle azioni con la buona intenzione di affrontare problemi e situazioni, che però con nostro stesso stupore ci portano lontano dalle soluzioni stesse che volevamo raggiungere. Abbiamo usato metodi e strumenti sbagliati o inadeguati: ne è un antichissimo e classico esempio il motto latino: se vuoi la pace prepara la guerra. Il dramma è che ci crediamo ancora. E se noi provassimo a considerare le azioni e i comportamenti a partire dalle conseguenze e dai risultati? Se cercassimo di costruire la storia degli effetti? E' così che normalmente già facciamo anche nella vita quotidiana. Non giudichiamo la ricetta scritta sul libro, ma la pietanza che abbiamo mangiato. Può essere un metodo non facile da applicare, ma ci renderebbe certamente meno inclini alle fiducie in bianco. Partiamo dalla constatazione del permanere delle guerre, dall'accrescersi delle ingiustizie, discriminazioni, violenze, disonestà diffuse, prendiamo in considerazione il fallimento di teorie del progresso all'infinito, di politiche spettacolo, dell'aumento delle poveri, del rifiuto del diverso. Proviamo a pensare quali garanzie sociali avranno i cittadini italiani fra venti o trenta anni, se e nella misura in cui lo Stato lascia alla società civile, tra cui il volontariato, il dovere maggiore di affrontare e risolvere i problemi della casa. della salute, dei diritti umani, della cultura, della ricerca... Questo non può almeno mettere in dubbio le strade che fino qui abbiamo percorso e obbligarci per coscienza a cercarne altre?
9. Con lo sguardo dell'altro
Siamo tutti un po attori nella vita. Abbiamo da salvaguardare noi stessi, la nostra dignità, il nostro buon nome e può darsi che questo ci faccia calcare la scena più del dovuto. Ma ci sarebbe un altro modo genuino e proficuo di entrare nella parte: calarsi nei panni dell'altro, usare i suoi occhi e la sua sensibilità per imparare a vedere differentemente le cose. Vivere non solo la nostra vita, ma anche quella di coloro che ci circondano e che noi incontriamo. Lo sguardo dell'altro completa il mio, mi aiuta a percepire mondi che non conoscevo. Lo sguardo e il volto dell'altro hanno costituito nel secolo trascorso addirittura la base di filosofie dell'umano su cui nomi illustri hanno meditato come Martin Buber, Paul Ricoeur, Emanuel Levinas, Noam Chomsky o sociologi come Hanna Arendt, Edgar Morin. Noi poi nella tradizione cristiana abbiamo una parabola evangelica che ci aiuta a dislocare il nostro nello sguardo dell'altro: la parabola così chiamata del buon samaritano: proviamo a coricarci per terra, appesantiti dai colpi ricevuti, dalla umiliazione dell'essere derubati, dal senso di impotenza a salvare se stessi, con nel cuore il desiderio che brucia più delle ferite che finalmente qualcuno, chiunque si fermi e si avvicini a rialzare un volto impastato di polvere e sangue. Lo sguardo del malcapitato che incrocia gli occhi del samaritano che passa, lo muove a compassione e a buone prassi. La barriera che ci separa dagli altri cade quando si entra nei suoi occhi.
10. La memoria del dolore
La storia la scrivono sempre i vincitori, lasciando nell'ombra o cancellando la traccia dei perdenti e delle loro lacrime. Il guaio è che nessun uomo e nessun popolo nella sua storia è stato solo e sempre vincitore, si è trovato a volte a stare dalla parte del vinto e ha inglobato nella propria memoria collettiva l'immensità del dolore e della sofferenza: figli, genitori, fratelli e sorelle morti, case, città, nazioni distrutte, gogna, derisioni, umiliazioni subite, immensi beni umani, culturali, artistici, ambientali perduti. Ogni volta, a chiunque tocchi vediamo le stesse lacrime, gli stessi volti disfatti dal dolore. Il bagaglio del pianto e della disperazione, assommato in milioni di storia umana, ha prodotto un patrimonio incalcolabile, che ogni generazione va ad aumentare dando il proprio contributo di violenza. Se invece della storia dei vincitori si fosse scritta la storia dei vinti, sono convinto che l'uomo sarebbe oggi più saggio, perchè tutti possiamo specchiarci nei vinti, non tutti nei vincitori.
E' strano che i ruoli nella storia si cambino così in fretta e che l'umiliato di ieri diventi l'aggressore di oggi. Ecco perchè è necessaria una nuova forma di memoria, la memoria del dolore, mio, nostro, vostro, di tutti. Il mio dolore è quello che mi impedisce, quando rivive in me, di fare di te un'altra vittima. Il mio dolore e il nostro dolore ha il potere di fermare la catena di mostruosità, di ingiustizie, di sofferenze. La memoria del dolore subìto e le sue ferite non nascoste possono essere un antidoto alla continuazione delle sofferenze inflitte. A Berlino, al centro della città, sulla Kurfuerstendamm, si può vedere la Kaiser-Wilhelm Gedaechnis-Kirche una chiesa diroccata, un campanile monco, un monumento alla memoria appunto che ricorda al passante e anche al turista frettoloso che lì c'è stato un dolore che non può essere dimenticato e la cui memoria salva dal farci nuovi assassini e nuove vittime.
Parlare di povertà e di lotta alla povertà ci salva dal divenirne complici. Nessuno si può tirare indietro, siamo tutti inclusi, me compreso.
