La settimana de La Porta di Vetro - 16 marzo

16-03-2026 - Notizie

Care amiche e cari amici,

 

anche questa settimana, nostro malgrado, non possiamo che partire dalle incertezze globali;  gli ultimi sette giorni delineano un quadro sempre più complesso, dove l’incapacità manifesta delle classi dirigenti si intreccia ad una preoccupante deriva "culturale".
Come evidenziato da Emanuele Davide Ruffino e Germana Zollesi assistiamo, spesso attoniti, ad una profonda inefficacia istituzionale nutrita da una "superficialità intellettuale-politica. "
L'idea che il progresso consista nel capire e nel dialogare" sta diventando merce rara, così come la consapevolezza che "tutti, anche le identità cui aderiamo, per scelta o per passione, possano sbagliare". Il risultato è una vera e propria "emarginazione del pensiero critico", inteso come era stato definito da William Sumner più di 80 anni fa, ovvero come l'analisi e la valutazione di proposizioni di qualunque tipo, al fine di verificarne la corrispondenza alla realtà [...] condizione prima dello sviluppo umano, unica tutela contro l'illusione, l'inganno, la superstizione e la misconoscenza di noi stessi e del mondo a noi circostante.

Non si tratta, in questo caso, di romanticizzare il passato: lo sviluppo del pensiero critico, come sa bene qualunque insegnante, è sempre stato un obiettivo ambizioso da raggiungere, in ogni periodo storico. La vera deriva non riguarda strettamente, le nostre capacità individuali, ma la volontà collettiva di promuovere il raggiungimento di tale obiettivo, come valore assoluto.

L'erà della post-verità, apertasi ormai 10 anni fa, quando l'Oxford Dictionary elesse proprio questa locuzione come "parola dell'anno", sembra oggi aver raggiunto il suo pieno compimento, come osserviamo ad esempio dalle parole di Donald Trump o del suo Segretario alla Guerra Hegseth per cui il conflitto è alternativamente appena iniziato, già concluso, vinto nel primo giorno o ancora lungo: frasi ripetute a pochi secondi di distanza l'una dall'altra, senza nemmeno porsi il problema dell'evidente incoerenza tra le varie posizioni, perché come ha affermato lo stesso Trump "possono essere vere entrambe". Una autentica psicopatologia.

 

Questa carenza di visione organica e coesione ideologica si riflette nitidamente non solo nella politica internazionale, ma anche nelle dinamiche interne, osservate con occhio critico da Indiscreto Controcorrente. E allora, durante i recenti discorsi di Giorgia Meloni alle Camere, la Presidente, mossa da un "fine calcolo politico", ha dato prova di una "perizia retorica, oscillando dal noto refrain dell’Italia che non è in guerra alla responsabilità di Usa e Israele", incarnando una versione della prudenza che appare più come una tattica di sopravvivenza d’immagine che come una reale strategia di Stato.
A questa stessa "furbizia italica" e alla conseguente evasività fa eco l’analisi di Alberto Scafella, che denuncia una diplomazia ridotta a "un auspicio condivisibile da chiunque abbia un po’ di buon senso", ma drammaticamente priva di posizioni nette, ricordandoci che "la diplomazia non funziona con il 'sarebbe bello se...'" e che limitarsi a dire che la guerra è un male rischia di sembrare più una "constatazione meteorologica" che un piano di pace.

 

In questo vuoto di leadership e tentativo di stravolgere i punti cardine che hanno regolato il discorso pubblico e la nostra vita comune si fa strada una tendenza pericolosa, una "follia collettiva": come aveva già scritto la scorsa settimana Savino Pezzotta, si ha l'impressione che l'informazione stia normalizzando il conflitto, mentre sarebbe invece necessario opporsi ad un linguaggio politico che, come nel caso di Trump, banalizza la portata dei massacri.

 

Eppure, anche nei giorni (che diventano settimane, mesi e anni) più bui della nostra storia recente, oltre alle logiche militari del 'più forte' e alle strategie geopolitiche, esiste un altro livello della storia internazionale: quello delle società civili, delle organizzazioni umanitarie e delle reti di cooperazione tra i popoli"
Ne ha scritto Vito Rosiello, rispondendo indirettamente ad un contributo di Alberto Scafella che, riferendosi al viaggio dell'eurodeputata Ilaria Salis, lo definiva "fuori dal tempo". 

Due contributi, di segno opposto, da cui è nato un interessante dibattito all'interno della nostra comunità, che abbiamo ospitato con piacere all'interno de La Posta de La Porta di Vetro. 

 

Ma, forse in maniera paradossale, mentre il mondo è impegnato a discutere di conflitti, in Italia saremo chiamati a votare su una questione cruciale per la nostra democrazia, di cui si dibatte fin dai tempi di Montesquieu: i rapporti tra i tre poteri dello Stato.

Domenica 22 e lunedì 23 saremo chiamati a votare sulla riforma della giustizia e, proprio per questo, nell'ottica di provare a contribuire a quel "pensiero critico" che citavamo in apertura, nella giornata di domani, martedì 17, abbiamo voluto organizzare un dibattito sui temi del voto, che si terrà a partire dalle 17.30 presso i locali di Social Fare, in Via Maria Vittoria 38, a Torino. 

Durante l'evento, moderato da Sara Cariola e Ferrante De Benedictis, si confronteranno la  magistrata Stefania Nebiolo Vietti e l'avvocato Ennio Galasso. 
L'obiettivo è quello di offrire ai cittadini un momento per capire meglio di cosa stiamo parlando e della posta in gioco, per permettere loro di giungere a una scelta consapevole e motivata, che vada al di là della semplice adesione ideologica. 
 

E allora, vi aspettiamo numerosi; nel frattempo, buone letture e grazie per l'attenzione!