Care amiche e cari amici,
questa edizione della newsletter vi giunge in ritardo rispetto al tradizionale appuntamento del lunedì pomeriggio. Un ritardo che si rendeva necessario per poter riflettere in maniera più approfondita su quello che era il momento chiave della politica nazionale, ovvero il Referendum sulla riforma costituzionale della giustizia.
La vittoria del "No" rappresenta, senza ombra di dubbio, un momento di svolta: non tanto perché sia lecito attendersi un cambiamento radicale nelle scelte del governo, ma perché si tratta della prima grande sconfitta elettorale di quel blocco sociale che questa maggioranza rappresenta.
La bocciatura del Referendum segue una linea di continuità storica, come ricorda Rocco Artifoni: come già accaduto con Berlusconi nel 2006 e Renzi nel 2016, ogni volta che un governo tenta di "vestire i panni del moderno Costituente", la cittadinanza reagisce. Il Referendum si è trasformato così in un duello impari tra i "figuranti" del presente e i "saggi" del passato (Calamandrei, Dossetti, Moro). Il legame tra questa consapevolezza costituzionale e la partecipazione attiva è stato ulteriormente sviscerato da Mauro Nebiolo Vietti, che ribalta l'immagine dell'italiano medio apatico, sottolineando come l'alta affluenza sia stata la risposta diretta alla politica.
Questa riconquista di spazio politico è stata descritta in termini ancora più netti da Vice, che definisce il voto come un "atto liberatorio", che esprime un rifiuto a 360 gradi verso la postura del governo.
Opinione simile a quella di Beppe Borgogno, che tuttavia mette in guardia da facili ottimismi, sottolineando come la capacità dell'opposizione di capitalizzare questo dissenso passa dalla possibilità di formare una coalizione autentica, un programma chiaro redatto con metodo partecipato, una politica che sappia suscitare emozioni.
E, a proposito di partecipazione, un bell'esempio è arrivato proprio in questi giorni dal corteo del 21 marzo, al quale hanno partecipato oltre 50.000 persone. La piazza non stava solo ricordando il passato, ma stava rivendicando, esattamente come nelle urne referendarie, una società fondata sulla legalità e sulla giustizia.
Come ha scritto Nicola Rossiello, la giornata di sabato si è chiusa con "un impegno rinnovato", "perché il tema della legalità resti al centro dell’agenda politica, non come slogan, ma come vero investimento sui lavoratori della sicurezza, [...] perché la forza della nostra democrazia si misura dalla capacità di non dimenticare e dalla volontà di proteggere chi, ogni giorno, si pone come diaframma tra la civile convivenza e la prevaricazione mafiosa
Come ha scritto Vito D'Ambrosio, citando Don Ciotti, "la speranza non è un lusso ma un dovere. La fame di verità e giustizia non si fermi qui”.
E allora il calore della piazza torinese e la fermezza del voto referendario si fondono in un unico messaggio: la democrazia italiana poggia ancora saldamente sulle spalle di cittadini che sanno riconoscere il valore della loro Carta e il peso della loro storia.
Almeno per questa settimana, consentiteci di non riportare le notizie - tragiche - che provengono dal Medio Oriente o quelle legate alla crisi economica che sembra attenderci.
Buona settimana, a lunedì prossimo!