
Care amiche e cari amici,
prima di iniziare il nostro "viaggio" nella settimana appena trascorsa, è d'obbligo un avviso: questa edizione corre il rischio, come troppe altre nel corso degli ultimi mesi, di diventare immediatamente non più attuale. E questo rischio è legato all'ennesima crisi internazionale, all'ennesimo conflitto bellico che scoppia nel cuore del Medio Oriente, all'ennesima guerra di questi anni destinati ad entrare nei libri di storia "dal lato sbagliato".
Erano ormai giorni che il mondo osservava i "negoziati" tra Stati Uniti e Iran, in attesa di capire quale sarebbe stato l'esito; fino a quando, nella mattinata di sabato, il governo statunitense ha deciso di porvi fine..., rompere gli indugi e tornare a bombardare - con la felice collaborazione israeliana - Teheran, otto mesi dopo la "Guerra dei 12 giorni".
Ma proviamo a mettere ordine: la settimana era iniziata non solo con le notizie proveniente dai colloqui a Ginevra sul nucleare, ma anche con le notizie provenienti dal cuore della Repubblica Islamica, dove -come scriveva Vice - i Mojahedin del Popolo d’Iran hanno assaltato il quartier generale della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei a Teheran, in un’azione che secondo il gruppo avrebbe provocato numerose vittime e segnato una nuova fase della resistenza contro il regime. L’attacco — avvenuto il 23 febbraio, in una zona ultra- sorvegliata — era stato accompagnato da scontri con i Pasdaran, la Guardia rivoluzionaria islamica, nel contesto delle tensioni sociali che attraversano il Paese ormai da mesi.
Nella mattinata di sabato poi, come ha scritto Maurizio Jacopo Lami, è giunto il giorno "della sfida finale", con "Stati Uniti e Israele che hanno attaccato le strutture militari dell'Iran" e a uccidere le principali personalità dell'Iran, una volta individuate con un preciso lavoro di intelligence.
Come proseguiva Lami, "siamo alla conclusione di una sfida continua, con durissimi colpi, che dura dal 1 febbraio 1979, da quando l'Ayatollah Khomeini scese da un aereo di ritorno dall'esilio a Parigi e prese il potere strappato allo Scià, proclamando la Repubblica Islamica".
E proprio la Guida suprema Khamenei è stata una delle prime vittime del raid militare congiunto, ponendo fine ad un mandato durato quasi 37 anni.
Tra le prime reazioni a cui abbiamo dato voce, vale la pena segnalare quella di Maryam Rajavi, presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, che ha rilanciato il progetto politico di un governo provvisorio volto a trasferire la sovranità al popolo e istituire una repubblica democratica e pluralista. Rajavi ha sottolineato come le lotte popolari, culminate negli ultimi mesi in proteste e attacchi al potere, siano l’espressione di un desiderio di libertà indipendente da qualsiasi ingerenza esterna; questo duello interno al regime si inserisce in un quadro più ampio in cui la repressione clericale si intreccia con la crisi politica: la società civile iraniana è segnata da anni di violenze, esecuzioni e repressioni contro dissidenti e manifestanti. La resistenza interna — da una parte — e la repressione di Stato — dall’altra — testimoniano la fragilità di un sistema incapace di trovare una soluzione democratica duratura.
Nel frattempo, tuttavia, l'eredità politica e spirituale del regime iraniano è stata assunta dal presidente della Repubblica islamica Masoud Pezeshkian, dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e dal capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Eje'i.
L'Iran sarà guidato da questo "triumvirato" fino a quando il prossimo leader non sarà scelto dall'Assemblea degli Esperti, ha affermato Mohammad Mokhber, principale assistente dell'ayatollah Khamenei.
Ma al di là dei fenomeni contingenti, per loro natura mutevoli in queste ore, le vicende di queste ore non possono che sollevare diverse questioni, come sottolinea Michele Ruggiero nel suo editoriale della domenica, "con l'omicidio-violazione del diritto internazionale perpetrato nuovamente come normalità dal presidente degli Stati Uniti e dal primo ministro d'Israele con "l'attacco preventivo" all'Iran, anche il dovere alla convivenza civile - perché di dovere si tratta, prima ancora che di diritto - è stato sepolto insieme con i principi fondanti dello Statuto delle Nazioni Unite"
Prosegue Ruggiero, "in nome della libertà (presunta) si perpetua così la sistematica violazione dell'autodeterminazione dei popoli giustificata dalla necessità di eliminare i "malvagi", autoproclamandosi giudici assoluti e inappellabili su chi deve vivere e chi deve morire. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un potere demoniaco concentrato in poche teste, che insieme con i "malvagi" uccide gli innocenti, che sono sempre la maggioranza".
Un "principio" reso ancora più evidente oggi, ma ormai già piuttosto chiaro da diversi anni. Non possiamo dimenticarci, infatti, che solo pochi giorni fa, il 24 febbraio, ricorrevano i 4 anni dall'invasione Russa in Ucraina.
Un conflitto che, come sottolineava Michele Corrado analizzando la situazione sul campo, rappresenta un paradigma di conflitto prolungato senza soluzione, ponendo interrogativi sui costi umani e politici di guerre che sembrano non avviarsi a una conclusione stabile". E mentre il conflitto ucraino resta bloccato in una spirale di impasse diplomatico-militare, la crisi iraniana rischia di trascinare potenze globali in una nuova escalation.
E lo stesso Corrado sottolinea, in un altro contributo, "la scomposta reazione iraniana, che dimostra i limiti e il basso livello di capacità dei propri apparati militari nei confronti non di minacce verbali, ma di attacchi veri condotti con precisione e determinazione. Il tentativo iraniano di allargare il conflitto ad altri Paesi, invece di concentrare le proprie risorse offensive nei confronti degli avversari diretti, è una ulteriore conferma della impossibilità del regime iraniano di contenere le azioni militari in corso e del livello di disordine in atto nel regime."
In mezzo alla tragedia di queste ore, non è però mancato lo spazio per la farsa "made in Italy". Come scrive Alberto Scafella "mentre il Medio Oriente scivola verso la guerra, il Ministro della Difesa Guido Crosetto si è ritrovato a Dubai, bloccato, prima di rientrare con un aereo militare. E allora sorge naturale una domanda: "l’Italia possieda ancora un sistema di sicurezza nazionale all’altezza delle crisi che stanno ridisegnando il mondo?"
Prima di salutarvi, vi ricordiamo di seguire le pagine de La Porta di Vetro, dove nelle prossime ore continueremo ad aggiornarvi sullo svolgersi degli eventi
Grazie per l'attenzione,
A lunedì prossimo
