Preghiere poesie

SI DICE CHE

SI DICE CHE

 

Si dice che Tu ci parli.

ma non ho mai udito la tua voce.

Le sole voci che odo sono delle voci amiche,

che mi rivolgono parole preziose.

 

Si dice che Tu cammini al nostro fianco.

Ma non ti ho mai scoperto

ad intrecciare i tuoi passi con i miei.

I soli compagni sono delle creature fraterne

che condividono la pioggia, il vento e il sole.

 

Si dice che Tu ci ami.

Ma non ho mai visto la tua mano

posarsi sulla mia spalla.

Le sole mani che scopro sono delle mani fraterne

che stringono, consolano, accompagnano.

 

Ma sei Tu, mio Dio,

che mi offri queste voci,

questi compagni, queste mani;

allora, nel cuore del silenzio e dell'assenza,

Tu diventi,

attraverso tutti questi fratelli,

Parola e Presenza.

Che Tu sia benedetto, mio Dio, mio Signore.

                                                                                         ( Da Rèveil)

 

Lampionaio del cielo

Lampionaio del cielo

 

Ho contato tutti i giorni che ho vissuto:

sono ventisettemila o poco più…

Che lunga fila, mio Signore!

Se fossero lampioni su una strada

scriverebbero una linea luminosa

che sbiadirebbe nella lontananza.

Ma quante lampadine sono spente!

Quante non furono mai accese…:

giornate grigie, senza fuochi,

giorni ingoiati come minestrine,

insapori, svagati, sonnolenti.

Ormai dimenticati.

Qualche luce lampeggia a intermittenza:

sono i giorni con guizzi di allegria,

di amicizia, di amore.

Sono le ore di gioia o di dolore:

sono gli addii e gli incontri,

il lavoro benfatto,

la cura per i figli,

l'attenzione ai miei vecchi.

Qualche lume scintilla coraggioso,

ma è poca cosa,

una lucciola vaga nella notte.

 

Tutta qui, la mia vita così lunga?

Accendi Tu, Signore,

lampionaio del cielo,

quest'ultimo pezzo di strada:

che almeno qualche brace resti accesa.

 

Anna Maria Bermond 2013

 

IL 'PADRE NOSTRO' detto da DIO

IL "PADRE NOSTRO"

detto da DIO

 

Figlio mio, che sei in terra
preoccupato, solitario e "tentato";

conosco bene il tuo nome e lo pronuncio
santificandolo, perché ti amo.

 

Non sarai mai solo: io abito in te
e insieme spargeremo il regno della vita
che ti darò in eredità.

 

Ho piacere che tu faccia la mia volontà:
infatti è la tua felicità ciò che io voglio.

 

Avrai il pane ogni giorno, non preoccuparti:

però ti chiedo

di spartirlo con i tuoi fratelli.

 

Sappi che ti perdono tutti i tuoi peccati,
anche prima che tu li commetta:
ma ti chiedo che anche tu li perdoni
a quelli che ti offendono.

 

E, per non soccombere alla "tentazione",
afferra con tutta la tua forza la mia mano
e ti libererò davvero da ogni male,

mio povero e caro figlio.

 

 

Padre nostro

 

Che il tuo nome risuoni così forte sulla terra 

che possiamo riconoscere la tua presenza fra noi. 

 

Che il tuo regno di amore e di gioia 

venga riscaldare i tuoi figliuoli 

per sloggiare l'angoscia, la sofferenza e il peccato. 

 

Che la tua volontà, che si è manifestata nel Cristo, 

si compia anche attraverso i nostri sforzi 

di giustizia, di solidarietà e di pace. 

 

Dacci oggi il nostro pane, 

la nostra parte di affetto, 

la nostra parte di forza per vivere 

e trasmettere il Buon Annunzio. 

 

Perdonaci le nostre offese 

come cerchiamo di perdonare le offese 

di coloro che ci feriscono, 

ci ignorano o non sanno amarci. 

 

Non esporci alla tentazione del rifiuto, della passività, 

della faciloneria o dell'evasione. 

 

Ma liberaci dal male che si incrosta nel mondo 

ed in noi stessi. 

 

                                                        Anonimo

 

Ermes Ronchi - UN DIO INNAMORATO DI OGNI TUO DETTAGLIO

UN DIO INNAMORATO 
DI OGNI TUO DETTAGLIO 

Non abbiate paura: 
voi valete più di molti passeri. 

Ogni volta, di fronte 
a queste parole provo 
paura e commozione insieme: 
la paura di non capire 
un Dio 
che si perde dietro 
le più piccole creature: 
i passeri e 
i capelli del capo. 

La commozione 
di immagini 
che mi parlano 
dell'impensato di Dio, 
che fa per te 
ciò che nessuno ha fatto, 
ciò che nessuno farà: 

ti conta tutti i capelli 
in capo e 
ti prepara un nido 
nelle sue mani. 

Per dire che 
tu vali per Lui, 
che ha cura di te, 
di ogni fibra del corpo, 
di ogni cellula del cuore: 

innamorato 
di ogni tuo dettaglio.

Nemmeno un passero 
cadrà a terra senza 
il volere del Padre vostro. 

Eppure i passeri 
continuano a cadere, 
gli innocenti a morire, 
i bambini ad essere venduti 
a poco più di un soldo o 
gettati via appena spiccato 
il loro breve volo.

Ma allora, è Dio 
che fa cadere a terra? 
È Dio che infrange le ali 
dei corti voli 
che sono le nostre vite, 
che invia la morte 
ed essa viene? 
No!

Abbiamo interpretato 
questo passo 
sull'eco di certi 
proverbi popolari come: 
non si muove foglia 
che Dio non voglia. 

Ma il Vangelo 
non dice questo, 
assicura invece che 
neppure un passero 
cadrà a terra 
senza che Dio 
ne sia coinvolto, 
che nessuno cadrà 
fuori dalle mani di Dio, 
lontano 
dalla sua presenza. 

Dio sarà lì.

Nulla accade 
senza il Padre, 
è la traduzione letterale, 
e non di certo 
senza che Dio lo voglia. 
Infatti molte cose, 
troppe accadono 
nel mondo 
contro il volere di Dio. 

Ogni odio, ogni guerra, 
ogni violenza accade 
contro la volontà 
del Padre, e tuttavia 
nulla avviene senza 
che Dio ne sia coinvolto. 

Nessuno muore 
senza che Lui 
non ne patisca l'agonia, 
nessuno è rifiutato 
senza che non lo sia 
anche lui,
nessuno è crocifisso 
senza che Cristo 
non sia ancora 
crocifisso.

Quello che ascoltate all'orecchio 
voi annunciatelo 
sulle terrazze, 
sul posto di lavoro, 
nella scuola, 
negli incontri di ogni giorno. 

Annunciate
che Dio si prende cura 
di ognuno dei suoi figli, 

che nulla vi è 
di autenticamente umano 
che non trovi 
eco nel cuore di Dio.

Temete piuttosto 
chi ha il potere 
di far perire l'anima, 
l'anima è vulnerabile, 
l'anima è una fiamma 
che può languire: 
muore di superficialità, 
di indifferenza, 
di disamore, 
di ipocrisia. 

Muore quando 
ti lasci corrompere, 
quando disanimi gli altri 
e togli loro coraggio, 
quando lavori a demolire, 
a calunniare, 
a deridere gli ideali, 
a diffondere la paura.

Gesù ci rassicura: 
Non abbiate paura,
voi valete! 
Che bello questo verbo! 

Per Dio, io valgo. 
Valgo di più, 
di più di molti passeri, 
di più di tutti i fiori 
del campo, 
di più di quanto osavo sperare. 

E se una vita vale poco, 
niente comunque 
vale quanto una vita.

- Ermes Ronchi - 
 

LA PACE E’ L’UOMO

LA PACE E’ L’UOMO
Meglio che la terra ritorni deserta
La pace è l’uomo e quest’uomo è mio fratello
La libertà è l’uomo
e quest’uomo è mio fratello il più schiavo di tutti i fratelli.
La giustizia è l’uomo e quest’uomo è mio fratello;
per un’idea non posso uccidere! Per un sistema non posso uccidere
per nessuno nessuno fra tutti i sistemi!
L’uomo è più grande del mondo «e il più piccolo fra voi
sarà ancora più grande nel Regno». Io devo solo lottare,
sempre, insieme, o da solo, lottare e farmi anche uccidere.
La pace è lotta per l’uomo, uno bisogna che redima
anche la morte. Neppure per la fede posso uccidere,
l’uomo è l’icona di Dio, Dio che geme nell’uomo.
E se la Chiesa non è per l’uomo non è degna di fede
non può essere chiesa.
E se le politiche non sono per l’uomo
vadano alla malora tutte queste politiche.
Maledetto l’uomo che non è per l’uomo
maledetta ogni idea, ogni fede: ogni madre non generi più,
il maschio sia morso dal serpe quando vuol concepire. 
Siano distrutte queste città quando ogni ventre di donna
è un cimitero: civiltà «cristiana»
che porta la morte nel proprio ventre!
L’uomo non conta più nulla: o stirpe di rapaci, 
il dio della morte ci domina.
L’uomo è fucilato a Santiago
abbrutito nelle gabbie di Saigon torturato a Belo Horizonte 
schiacciato come un verme a Mozambico e il feddayn è sepolto
nella tomba di sabbia, il negro è chiuso bestiame
nelle «locations» a Johannesburg, oppure urla a milioni di sete
nello squallido Volta.
Ma il rame vale più dell’uomo
il petrolio vale più dell’uomo il prestigio, la potenza, il sistema
valgono più dell’uomo.
Meglio che la terra ritorni
deserta, meglio che i fiumi scorrano
liberi nel verde intatto del mondo,
e Dio si abbia la lode dai volatili della foresta!
Ma che sia l’aria come al mattino del mondo
e caste siano ancora le acque e al cielo non salga più
una voce d’uomo né la terra più oda
questo frastuono di parole quando la ragione è della forza
e a reggere il mondo sono solo le armi.
L’uomo ha fallito, l’uomo è sempre ucciso
crocefisso da sempre.
Cristo, o ragione
di questo esistere, folle bellezza…  
P. David Maria Turoldo

PREGHIERA A DIO di Voltaire (Trattato sulla Tolleranza - 1765)

Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi: se è lecito che delle deboli creature, perse nell'immensità e impercettibili al resto dell'universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato, a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.

Fa' sì che questi errori non generino la nostra sventura. Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l'un l'altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda; fa' che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa' sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati "uomini" non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione. Fa' in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole; che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera; che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.

Fa' che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo, e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano "grandezza" e "ricchezza", e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c'è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi.

Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli! Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime, come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell'attività pacifica! Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace, ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse, dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 

Luca 10, 38 – 42: “Maria ha scelto la parte migliore.”

 

Nel cuore del mese di luglio la Chiesa ci offre, per la preghiera, la bellissima pagina del Vangelo di Luca in cui ci vengono presentate le due sorelle e amiche di Gesù: Marta e Maria. La prima, Marta è generosa, impulsiva, schietta, diretta ed esposta perennemente al rischio di reazioni poco meditate a cui dover far seguire parole di scuse.

La seconda – Maria – è più introversa; meno loquace, raccolta e riflessiva.

Personalità completamente diverse tra loro. Agli opposti. Una migliore dell’altra? Assolutamente no. Ed è esattamente questa la buona notizia che san Luca ci vuole consegnare: Marta e Maria non sono e non devono entrare in competizione tra loro; non sono su fronti opposti dell’etica: una brava e l’altra quella cattiva. E soprattutto non devono entrare nelle spirali della gelosia e dell’invidia.

L’evangelista utilizza queste due sorelle per dirci che con Gesù e grazie a Lui fratellanza e sorellanza diventano, finalmente, strade percorribili. E non è poco.

Nel linguaggio popolare si dice “fratelli coltelli” per indicare quanto la tensione tra fratelli o sorelle sia quasi predestinata a sfociare in conflittualità permanente. E così dicendo lo schema di riferimento resta quello della prima coppia di fratelli: Caino e Abele. In loro la comunione non si è mai realizzata. Caino, il primogenito, ha interpretato le “diversità” di Abele come una violenta “intrusione” nella sua vita e un attentato al suo essere “uno” in assoluto. Caino ha scelto cioè di rappresentarsi come indisponibile a con-dividere “pezzi” della sua vita con il “piccolo” e “debole” fratello arrivato dopo di lui. Sono queste le radici dell’incomprensione, dell’invidia, della gelosia e della chiusura all’“Altro” che hanno armato la mano di Caino contro Abele. Fino ad ucciderlo. Nel commentare questo passo, M. Recalcati non si scandalizza e ci ricorda “che il primo moto che orienta i legami tra fratelli non è quello della fratellanza o della sorellanza ma quello dell’odio e dell’inimicizia” (M. Recalcati, Uno diviso due, Fratelli e Sorelle, 2025, pag. 10).

Gesù entra nelle ferite della fraternità e decide di riportare questo legame al progetto originario che contemplava l’unità nella differenza e la comunione solo a partire dalla condivisione. Per questo motivo i primi discepoli chiamati da Gesù nel Vangelo di Marco sono “coppie di fratelli” (“Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare …. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello…. E subito li chiamò. (Mc. 1,16ss). San Marco colloca perciò Gesù dove la fraternità tra Caino e Abele si è “interrotta” e presenta questa relazione come orizzonte di senso, di liberà, di comunione e di pace realizzabili e possibili. San Luca fa un’operazione simile, ma coinvolge una coppia di sorelle: Marta e Maria. Da subito ci vengono presentate come profondamente diverse (negativi fotografici, potremmo dire!), ma anche  messe in grado – da Gesù – di stare insieme e di fare delle proprie differenze la premessa e la promessa della sorellanza, della comunione e della pace.

Dal punto di vista di Marta, è Maria che ha esagerato in trasgressioni (era proibito, per una donna, sedersi ai piedi dell’ospite e nel posto riservato al padrone di casa). Così come trovarsi a gestire da sola la cura dell’ospite è, per Marta, oggettivamente troppo.

Dal punto di vista di Maria, però, è Marta che non riesce a gestire le sue ansie, che si affanna e si preoccupa troppo per vicende periferiche e che per fare bene la “padrona di casa” rischia di maltrattare l’ospite e di non ascoltare la sua Parola.

Ed eccoci alla Buona Notizia di questa domenica: Maria – dice Gesù – “ha scelto la parte migliore perché Marta le ha protetto le spalle. E perché grazie al mistero della fraternità e della sorellanza riconciliata in Cristo Gesù, è riuscita a non farsi intrappolare dall’invidia, dalla gelosia e dalla paura della trasgressione necessaria per seguire il Signore Gesù.

Con Marta e Maria l’ombra lasciata da Caino e Abele è definitivamente superata. La “convivialità delle differenze” – come diceva don Tonino Bello – è perciò sull’uscio delle nostre famiglie e delle nostre comunità. Lasciamo che Marta e Maria ci prendano per mano e ci insegnino a “camminare insieme” per preparare quei sentieri di Pace di cui abbiamo tutti nostalgia. Diventare fratelli e sorelle, con il Signore Gesù, è possibile. 

Guido Tallone

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

ogni volta che nonna ascolta questo Vangelo parte in quarta e dice che lei Marta la capisce.

Sia chiaro, Gesù, nonna non ti critica, ma dice che tante volte si è trovata nei panni di Marta: con tutto da fare in casa e con tante amiche sedute a chiacchierare.

Mi fa ridere, nonna. Ti dà ragione, ma poi aggiunge che le “parti migliori” da scegliere nella vita sono due: quella dell’ascoltare la Tua parola e quella del servizio.

Io non so a chi dare ragione. Mi ha molto colpito – però – che Marta Tu la chiami due volte per nome in cinque versetti. Forse per dirle che anche la parte scelta da lei è importante.

A patto, però, che non diventi un “affanno” che blocca la capacità di fermarsi e di stare con Te.

Proprio come i rovi che soffocano la spiga e la rendono senza frutti.

PERCHÉ TI VOGLIO BENE

PERCHÉ TI VOGLIO BENE

Quando ti sei svegliato questa mattina ti ho osservato ed ho sperato che tu mi rivolgessi la parola, anche solo poche parole, chiedendo la mia opinione o ringraziandomi per qualcosa di buono che ti era accaduto ieri, però ho notato che eri molto occupato a cercare il vestito giusto da metterti per andare a lavorare. Ho continuato ad aspettare ancora mentre correvi in casa per vestirti e sistemarti, sapevo che avresti avuto del tempo anche solo per fermarti qualche minuto e dirmi “ciao"; però eri troppo occupato. Per questo ho acceso il cielo per te, l'ho riempito di colori e di canti di uccelli per vedere se cosi mi ascoltavi, però nemmeno di questo ti sei reso conto. Ti ho osservato mentre ti accingevi al lavoro e ti ho aspettato pazientemente tutto il giorno. Con le molte cose che avevi da fare, suppongo che tu sia stato troppo occupato per dirmi qualcosa. Al tuo rientro ho visto la stanchezza sul tuo volto, ed ho pensato di rinfrescarti un poco facendo cadere una lieve pioggia, perché questa la portasse via: il mio era un dono, ma tu ti sei infuriato ed hai offeso il mio nome. Desideravo tanto che tu mi parlassi … c'era ancora tanto tempo ho pensato. Dopo hai acceso il televisore, ti ho aspettato pazientemente, mentre guardavi la TV, hai cenato ed immerso nel tuo mondo ti sei dimenticato nuovamente di parlare con me. Ho notato che eri stanco ed ho compreso il tuo desiderio di silenzio e cosi ho fatto scendere il sole ed al suo posto ho disteso una coperta di stelle ed al centro di questa ho acceso una candela; era uno spettacolo bellissimo, ma tu non ti sei accorto di nulla. Al momento di dormire, dopo aver augurato la buona notte alla famiglia, ti sei coricato e quasi immediatamente ti sei addormentato. Ho accompagnato i tuoi sogni con musica e dolci pensieri, ed i miei angeli hanno vegliato su di te, ma non importa, perché forse nemmeno ti rendi conto che io sono sempre lì con te. Ho più pazienza di quanto t'immagini, mi piacerebbe pure insegnarti ad avere pazienza tu con gli altri. Ti amo tanto che attendo tutti i giorni una preghiera. I doni che ti ho dato aggi sono frutto del mio amore per te. Bene, ti sei svegliato di nuovo ed ancora una volta io sono qui ed aspetto, senza nient'altro che il mio amore per te, sperando che oggi tu possa dedicarmi un po' di tempo. Buona giornata.

Tuo papà Dio

La religione e le mitologie

La religione e le mitologie,

come la poesia,

sono tentativo dell'umanità

di esprimere in immagini

l'indicibile che voi

tentate invano

di tradurre in ragione.

                                                                                                                 Hermann  Hesse

DALLA CHIESA DEI RIMPIANTI ALLA COMUNITA’ DEGLI EDIFICANTI – DOMENICA 6 LUGLIO 2025

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,1-12.17-20)

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”...

ASCENSIONE DEL SIGNORE

ASCENSIONE DEL SIGNORE Luca 24, 46 - 53 

“Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su in cielo”

 

“Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse”. San Luca pesa le parole e con la scelta dell’espressione “condurre fuori” vuole evidenziare un esplicito riferimento alla vicenda dell’Esodo. Il popolo di Israele è deportato e ridotto in condizione di schiavitù in Egitto. Dio ha compassione di questo popolo e decide di liberarlo. Incarica Mosè di guidare la carovana dei fuggitivi e li “conduce fuori” da una realtà fatta di fango, di lavori forzati, di sfruttamento e di violenze. Tutto detto con un verbo. Affinché il lettore metta a fuoco che Gesù è il nuovo Mosè che conduce fuori i suoi discepoli da un vivere da schiavi per introdurli in un’esperienza di vita comunitaria liberata dal male, dall’odio, dalla violenza e persino dalla morte.

Rischiamo di dimenticarlo, ma la più profonda delle nostre schiavitù è quella rappresentata da un vivere senza Cielo, senza Dio e senza “finestre” in grado di aiutarci ad oltrepassare il fitto buio della morte. Dopo il venerdì santo e la morte in croce di Gesù i discepoli sono sconvolti, spenti e immersi nel più cupo pessimismo. Si stanno convincendo che il Cielo sia definitivamente chiuso alle vicende della Terra. E si sentono soli, orfani e senza speranza. Ma non era così solo ai tempi del Gesù terreno. Quando san Luca scrive il suo vangelo sono già passati quattro o cinque decenni dall’evento della resurrezione. E le comunità cristiane sono nuovamente piegate da fatiche, da persecuzioni e da violenze di ogni tipo (si pensi alla furia dell’Impero romano che si rivela sempre più prepotente e violente). “A chi chiedere aiuto – si dicono i cristiani a cui si rivolge l’evangelista – se anche il Cielo è sordo, sbarrato e chiuso alle fatiche della terra?

Ma non siamo anche noi alle prese con esperienze simili? Le tragiche guerre di cui siamo tristi spettatori non solo non si avviano a qualche forma di trattato, ma sembrano allargarsi sempre più. La Pace è costantemente negata da un ricorso ad armi sempre più “a lunga gittata”. Il calo demografico ci presenta società in Occidente sempre più vecchie e più bisognose di assistenti per i nostri vecchi (badanti?), ma sempre più blindate contro ogni forma di immigrazione. Tanti (troppi!) giovani hanno paura del futuro; altrettanti “fuggono” all’estero (in tredici anni, dal 2011 al 2023, sono 550 mila i giovani italiani di 18-34 anni emigrati all’estero) e per le giovani coppie il figlio è un progetto – che per adesso – non trova spazio perché il futuro è incerto.

Ecco perché Gesù risorto “conduce fuori” i suoi discepoli: per portarli dove il la Terra e il Cielo sono strettamente connessi e in costante e definitiva comunicazione tra loro. San Luca aveva già fatto un esplicito accenno a questa apertura del Cielo. In occasione del battesimo di Gesù l’evangelista aveva scritto: “Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo” Lc. 3,21-22). Eravamo all’inizio dell’opera. Chi scrive sa che la memoria del lettore può perdere qualche pezzo e non sempre ricorda tutto. Soprattutto quando si è sopraffatti dalla fatica. Ed è per questo che san Luca riprende l’immagine del Cielo definitivamente “aperto” alla Terra: perché chi legge interiorizzi una volta per tutte che il Dio di Gesù ci ha aperto definitivamente la strada che conduce Dio verso ciascuno di noi e che ci permette di arrivare al suo amore per ricambiarlo verso i fratelli. Chi scrive, però, va oltre questa indicazione. E con l’annotazione di Betania, ci presenta Gesù che conduce i suoi dove Lui ha vissuto le intense esperienze del riposo, dell’affetto, dell’amicizia, dove è iniziata la preparazione dell’ultima cena (19,29) e dove anche Lui ha pianto e sofferto per la morte di Lazzaro.

A Betania Gesù risorto alza le mani e benedice tutto ciò che l’umanità vive, spera e soffre. Betania è il simbolo della vita carica di amore, di amicizie, di progetti, ma anche delle ferite che non si vorrebbero conoscere.

Il Signore Gesù benedice chi siamo e dove siamo.  Il Suo staccarsi da noi per essere portato in Cielo è il modo per dirci che da adesso in poi il Dio di Gesù è sempre con noi. In modo duratura e continuativo. Per donarci il coraggio di tornare alla vita di tutti i giorni (“poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia”), per immergerci nella gioia perché certi che Lui è sempre con noi.

Così riletta la solennità dell’Ascensione non è una festa dal difficile significato teologico e poco comprensibile per la nostra vita di fede. È, al contrario, la risposta alle nostre ansie, paure e pessimismi vari per dirci che “C’è ancora domani”. (come direbbe quel bellissimo film che racconta del voto alle donne del 2 giugno 1946 e dell’importanza dell’andare a votare; sempre).

C’è ancora domani perché Dio non è stanco di noi. Perché la Pace è ancora possibile. Perché la nostra Terra è definitivamente aperta al Cielo del Dio che ci ama, che ci cerca, che ci perdona, che ci benedice e che ci rende capaci di amare, di perdonare e di servire.

                                                Preghiera dei piccoli:             

                 Caro Gesù, la catechista ci ha detto che ai tuoi tempi la gente pensava al Cielo e alla Terra come a due mondi separati ed estranei uno all’altro.

Ecco perché san Luca ha scritto che a Betania Tu sei stato “portato in Cielo”. Per dirci che Tu sei il “Dio-con-noi” anche se sei in Cielo. Tu, Gesù, non sei assente o estraneo dal nostro vivere sulla Terra. Sei sempre con noi.

Ti prego, Gesù, aiutaci a far finire le guerre che distruggono la nostra Terra. Donaci la Tua Pace, Gesù. E non permettere a nessun grande di far morire di fame adulti e bambini.

Ti prego anche per mia sorella, Gesù. Ha diciotto anni e l’hanno invitata alla Celebrazione che si tiene in piazza per la Festa della Repubblica. Le daranno una copia della Costituzione Italiana.

Come dice un film molto bello, vuole dire che “C’è ancora domani”.

Grazie, Gesù.

IV DOMENICA DI PASQUA

IV DOMENICA DI PASQUA  

“Quella notte non presero nulla”.

 

Si mettono in fila per entrare nella Basilica di Santa Maria Maggiore perché desiderano portare un ultimo saluto a Papa Francesco. Sono tantissimi. Di tutte le età e provenienti da tutte le parti del mondo. Non importa quanto c’è da aspettare. E nessuno di loro si lascia scoraggiare dal sole, dal vento, dalla pioggia o dalle lunghe ore di attesa in piedi. Testimoniano lo straordinario legame che Papa Francesco ha saputo instaurare con la “sua” gente, con chi si affida ai Maestri solo se questi sono Testimoni, come diceva Paolo VI.

Del resto il Vescovo di Roma arrivato dalla fine del mondo lo ha detto in modo molto chiaro. Era alla sua prima messa crismale, il giovedì santo del 2013 e rivolgendosi ai vescovi e preti che, al mattino, pregavano con lui così si è espresso: «Questo vi chiedo: di essere pastori con “l'odore delle pecore”, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini». Anche perché il popolo di Dio distingue molto bene la guida che emana il profumo della vanità o della ricerca del prestigio personale dal “pastore” che si cala in mezzo alla “sua” gente e spende la sua vita per donare loro la presenza del Signore Gesù: il vero Pastore che è una cosa sola con il Padre. Ed è questo ciò che il popolo di Dio ha amato e ama ancora di Papa Francesco: il suo essere “padre” perché – con noi – anche “figlio”, “fratello” e “discepolo”, come noi, al seguito del Signore Gesù. Nessuno, dice il Vangelo di san Giovanni, può strappare dalla mano del Buon Pastore, le Sue pecore. Chi ascolta la Sua voce e chi cammina, come discepolo, al seguito del Signore Gesù entra nel mistero della misericordia di Dio che Francesco ha annunciato per tutto il tempo del suo ministero petrino. E ora che Papa Francesco è entrato nella casa del Padre, la “sua” gente desidera consegnargli un ultimo saluto, un ennesimo grazie per tutto ciò è stato per noi e con noi. Non solo: considerato che lui ci ha sempre chiesto di pregare “per lui” ora in tanti vogliono che lui interceda presso il Padre e preghi perché il buon Dio conceda a noi e al mondo intero quella Pace per la quale tanto si è speso.

Che differenza dai tanti – troppi – potenti che oggi, nel nostro mondo, hanno il forte odore del potere, dell’arroganza, della voglia di guerra unito al desiderio di dominare e di sottomettere qualunque forma di dissenso, di critica o di opposizione. Non abbiamo mai avuto un mondo così fortemente segnato da Capi di Stato amanti di guerre, di violenza e bisognosi di “conquiste territoriali” anziché di servire i reali bisogni delle persone. Non c’è bisogno di fare nomi: dietro alla terza guerra mondiale a pezzi – per usare la felice espressione coniata dieci anni fa da Papa Francesco – ci sono governanti incapaci di sottomettersi alle regole della democrazia e sempre più assettati di potere, di vittoria e di vendetta contro quanti sono stati inseriti nella loro lista di nemici. Sono piccoli uomini di potere disposti a restare nei libri della storia non per aver migliorato il genere umano, ma perché hanno impoverito, ucciso e fatto morire di fame popolazioni intere. Per parlare chiaro: i crimini di Hamas devono essere denunciati senza sconti; allo stesso tempo – però – va anche detto che impedire l’ingresso degli aiuti umanitari (cibo e medicine) nella striscia di Gaza (dove oltre 50 persone sono morte di fame!) è scelta ignobile, imperdonabile e criminale.

Che differenza – dicevo – tra il buon Pastore che dà la vita per le sue pecore e i mercenari, ladri o briganti che “usano” le pecore di Dio perché convinti che così facendo diventano grandi! Che differenza tra il Signore Gesù che ci “pone” nella mano del Padre perché nessuno di noi si perda e affinché venga reso grande il Regno dell’amore, della pace, della giustizia e del perdono da quanti impongono leggi e leggine perché illusi che il loro operato possa – con la forza degli eserciti – rendere grande un Paese (sopra gli altri?) o una nazione (contro le altre?).

Mai come in questo travagliato inizio di terzo millennio abbiamo bisogno che il Vangelo del Signore Gesù ci educhi ad ascoltare la “Sua” voce e a sentire che Lui ci “conosce” per nome perché ama ciascuno di noi per quello che è (questo significa “io le conosco ed esse mi seguono”). Il successore di Papa Francesco ci aiuti in questo cammino e ci consolidi nell’amore e nell’unità. Ci rende sempre più operatori di Pace e – allo stesso tempo – ci doni la forza di fare grandi i deboli, i poveri, i calpestati, gli esclusi e quanti sono scartati dai potenti della terra.

 

 

Caro Gesù,

                    lo scorso anno ero in macchina con lo zio e lui era arrabbiato perché la strada era sbarrata da un gregge di pecore. Il pastore gli ha chiesto di non suonare il clacson perché non serve: “Pochi minuti e le pecore sono fuori dalla strada”, gli ha detto.

Io non avevo fretta e non ero irritato dalle pecore. Mi piaceva vedere come il pastore si faceva aiutare dai suoi due grossi cani per condurre tutte le pecore al pascolo. Se una di loro si allontanava dal gruppo, subito il cane la andava a prendere per riportarla con le altre, lontano dal pericolo.

E mentre mi godevo lo spettacolo pensavo a Te, Gesù. Che con noi sei il Pastore buono che ci guidi e ci tieni lontano dai pericoli.

Gesù aiutami ad ascoltare sempre la Tua Parola e dammi la forza di seguirTi. Sempre.

Grazie Gesù.

 

P.S. Aiuta, guida e benedici, Gesù, il nuovo Papa.