
Care amiche e cari amici,
la settimana appena trascorsa, caratterizzata soprattutto dalle drammatiche notizie di cronaca nera del nostro paese, è stata invece relativamente "tranquilla" per quanto riguarda la scenario politico nazionale e internazionale.
Una eccezione, di questi tempi, che accogliamo con piacevole sorpresa, anche se appare difficile applicare la saggezza popolare del "niente nuove, buone nuove" all'attuale contesto.
Mentre il ciclo degli eventi e delle notizie sembra aver rallentato il suo corso isterico almeno per sette giorni, abbiamo colto l'occasione per ospitare su La Porta di Vetro riflessioni più generali sullo stato di salute, locale e globale, del nostro presente.
La nostra riflessione parte così dal contributo di Valentino Castellani che, nell'Editoriale della Domenica, ha condiviso le sue "notarelle sul futuro di Torino". Spunti preziosi provenienti da un osservatorio (e un osservatore) privilegiato, da chi questa città l'ha governata proprio durante un passaggio chiave della sua storia, tra gli anni '90 e l'inizio del nuovo millennio. E allora gli interrogativi posti meritano particolare attenzione, così come l'auspicio di un confronto elettorale che metta al centro proprio le questioni centrali per il futuro della Città, per "i torinesi che si aspettano di poter guardare al futuro con speranza."
Le conseguenze tangibili di questa ritirata strategica della politica si manifestano in tutta la loro gravità nei servizi essenziali, a partire dalla sanità pubblica. Come ci ricorda Rosanna Caraci, analizzando i dati del rapporto GIMBE sul sistema sanitario nazionale, "curare non basta" se non si interviene sulle cause strutturali del collasso del welfare, che impoverisce i territori e alimenta la sfiducia nelle istituzioni democratiche.
E se un cambio di paradigma è necessario a livello nazionale, lo stesso si può dire anche a livello globale. Se ad un lato assistiamo all'indebolimento dell'efficacia dello Stato-nazione, si possono sollevare altrettante critiche per quanto riguara la politica internazionale dell'Italia che, pur dipendendo interamente dall'ombrello difensivo transatlantico, continua a evitare un dibattito serio, maturo e strategico sugli investimenti militari e sulle responsabilità geopolitiche, a fronte della crisi evidente della NATO.
Come scrive Michele Corrado l'alleanza atlantica vive una crisi di identità e di ripartizione dei costi, ma la politica interna preferisce ignorare il problema per non scontentare l'elettorato, confermando quella stessa "politica miope" riscontrata nella gestione nazionale.
Questa colpevole distrazione europea diventa ancora più rischiosa alla luce dell'atteggiamento di Washington, certificato ulteriormente dalla visita del Presidente Trump in Cina. Come ricorda Alberto Scafella si tratta del ritorno di logiche di pura forza e sfere di influenza, anche se dietro la facciata degli accordi bilaterali e del realismo politico, rimangono irrisolti nodi incendiari come lo status di Taiwan o la situazione iraniana.
L'Occidente intero appare come un corpo politico alla disperata ricerca di una nuova identità e di una nuova legittimità. Tutto questo mentre l'Europa, priva di una vera postura di difesa comune, subisce passivamente.
La chiosa di questa analisi, che non può essere che amara, la prendiamo in prestito dal nostro Baccelliere: "siamo a maggio e - non diciamo le rose che sono assai difficili da far crescere - ma qualcosa di meglio ci meriteremmo". E, come recitava un celebre slogan di oltre cento anni fa "vogliamo il pane, ma anche le rose"
Buona settimana e a lunedì prossimo!
