
Care amiche e cari amici,
gli ultimi giorni di riflessione de La Porta di Vetro si sono inevitabilmente concentrati sul tema della violenza, che torna puntualmente a manifestarsi nelle piazze - in Val di Susa come a Bologna - ma anche su come lo Stato reagisce (o dovrebbe reagire) al disordine.
Parte da qui, dagli scontri di sabato, durante le manifestazioni del Festival “Alta Felicità”, l'Editoriale della Domenica di Michele Ruggiero. Per l’ennesima volta dalla Val Susa arrivano notizie di scontri, con i manifestanti che, tra i cori, scandivano chiaramente quel “siamo tutti antifascisti" che nascondeva, in se stesso, una contraddizione.
L'antifascismo infatti non può diventare un abito da indossare contro lo Stato democratico in Italia, che dall'antifascismo stesso è nato: usare bombe carta e spezzoni incendiari nel nome della Resistenza apre "una crepa" nel movimento No Tav, chiamato a scegliere se distanziarsi nettamente dalla violenza o rischiare di alimentare, con il silenzio, la propaganda della destra illiberale.
Ma, come scrive Alberto Scafella, è ormai da un quarto di secolo che il copione degli assalti ai cantieri della Val di Susa resti identico: gruppi organizzati, assalti, condanna politica, promesse di "non accadrà più" — e poi tutto si ripete. “La cosa più sorprendente non sono gli assalti, ma il fatto che continuiamo a chiamarli sorprendenti”, insomma, e il problema non è più la protesta in sé, ma la capacità dello Stato di trasformare la conoscenza accumulata in una prevenzione realmente efficace, anziché limitarsi a "inseguire" la violenza dopo che è già esplosa. Ma il discorso si potrebbe estendere ben oltre la Val Susa, come dimostrano i fatti di Bologna dopo la morte di Fakir.
Le tensioni di oggi tra piazza, violenza ed estremismo richiamano inevitabilmente un capitolo della storia repubblicana su cui la memoria collettiva resta contesa: il rapporto tra il Pci e il terrorismo rosso degli anni Settanta. Prendendo spunto da un articolo di Antonio Padellaro su La Stampa, Vice contesta la ricostruzione delle relazioni tra il PCI e il terrorismo rosso, ricordando come il partito guidato allora da Berlinguer non fu affatto attendista di fronte alla violenza politica.
Una precisazione storica che, indirettamente, dialoga con una domanda che molti si pongono anche oggi, in un contesto che fortunatamente non è paragonabile a quello di allora ed è decisamente meno drammatico: come una comunità politica traccia il confine tra dissenso e violenza?
Se le piazze pongono allo Stato la domanda su come garantire l'ordine, Nicola Rossiello rovescia la prospettiva e si interroga su come lo Stato si stia preparando a rispondere alle piazze.
Una riflessione quanto mai urgente proprio in queste ore, mentre la Lega ha annunciato di essere al lavoro su una proposta di legge, sulla falsariga di quella statunitense, che criminalizzare il «movimento antifascista» anche in Italia e i «rigurgiti eversivi».
Anche se, fortunatamente, dai banchi del Governo non sembra emergere alcun consenso intorno a questa proposta, che potrebbe essere derubricata quindi come operazione scenografica in cerca di visibilità, il rischio non va comunque sottovalutato.
Prima di tutto perché è la Repubblica stessa ad essere antifascista, per sua Costituzione; ma anche perché, più concretamente, si inserisce in un percorso che ha già visto, tra le sue tappe, la presenza di agenti dell'ICE statunitense alle Olimpiadi di Milano Cortina, ma soprattutto l'importazione di un lessico securitario importato dagli Stati Uniti, parte di un meccanismo che ormai conosciamo molto bene: si alimenta la percezione del pericolo, la si lascia sedimentare, e infine si presenta la misura restrittiva come l'unica risposta possibile. Come ci ricorda Rossiello, riferendosi nello specifico alla possibile creazione di una sorta di Guardia Nazionale, un potere coercitivo del genere andrebbe fermato "a monte", perché “la democrazia richiede il massimo impegno di vigilanza”.
Come di consueto, vi lasciamo con i nostri consigli culturali: il primo riguarda una mostra itinerante, "Catalogna bombardata", realizzata dal Memorial Democràtic della Generalitat de Catalunya e portata in Italia dal Centro Filippo Buonarroti di Milano, di cui ha scritto per noi Stefano Garzaro.
Il secondo suggerimento è invece una lettura, che ci riporta al fondamento della democrazia italiana: Piera Egidi Bouchard ha scritto di "Ottant'anni giovane. La nascita della Costituzione italiana", curato da Andrea Mulas per la Fondazione Lelio e Lisli Basso, che raccoglie i testi e i discorsi dei Padri e delle Madri costituenti nel mese cruciale in cui, tra il 25 giugno e il 26 luglio 1947. Tra le voci raccolte, quella di Piero Calamandrei, che invitava l'Assemblea a pensare al futuro: “dobbiamo così illuminare la strada a quelli che verranno". Parole che, alla luce delle cronache di questi giorni, servono da monito, non avendo perso nulla della loro attualità.
Dopo questo numero, la newsletter de La Porta di Vetro va in “ferie” per la pausa estiva; ritorneremo, puntuali come ogni lunedì, a partire dal 7 settembre!
Buone vacanze e a presto!
