
Cari Amici,
Questo Papa non smette di stupirci. Già quando si presentò per la prima volta al balcone di San Pietro aveva invocato una “pace disarmata e disarmante”, ma questo poteva sembrare solo un doveroso tributo alla straordinaria testimonianza del suo predecessore. Ma poi Leone ha dimostrato di “non aver paura” di Trump, lui, il primo Papa americano della storia che si trova a fronteggiare il primo, sia pur ridicolo, antipapa americano della storia, e ha condannato la sua farneticante minaccia di radere al suolo l’Iran in una sola notte. E di non aver paura ha dimostrato via via in sequenza esprimendo giudizi sempre più severi sulle politiche devastanti in atto e sui loro responsabili, e stringendo nel suo abbraccio i popoli che ne sono martoriati, quelli vittime delle guerre dimenticate, così come il popolo russo, ucraino, palestinese. Naturalmente il culmine è stato raggiunto nella perorazione per il popolo palestinese, non solo oggetto del genocidio di Gaza, denunciato anche col gesto forte del rifiuto di partecipare alla commedia del “Board of Peace” di Trump e Netanyahu, ma anche brutalizzato dai coloni in Cisgiordania: “cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania», ha detto nell’Angelus dopo Ferragosto, suscitando l’applauso della folla.
In tal modo Papa Prevost cancella veramente quella vecchia reticenza della Chiesa nei confronti dei potenti che portò alla debole reazione di Pio XI nei confronti di Hitler, al “silenzio di Pio XII”, e alla titubante neutralità di Paolo VI riguardo alla guerra del Vietnam.
Ma dove Papa Leone ha gridato la sua ultima verità è stato nel recente messaggio per la “Giornata del migrante”, pubblicato l’11 agosto, nel quale di fronte al popolo dei migranti dilaniato da chi li abbandona al naufragio, chiude i porti o divide le famiglie con i rimpatri, usando il linguaggio biblico si è rivolto agli artefici di tutto ciò come a dei “mostri che si aggirano in questi mari”: e qui il pensiero va non solo ai trafficanti di uomini ma a chi traffica le proprie politiche migratorie scambiandole con un successo elettorale o con la tassa sui rifiuti umani pagata ai Paesi ex-colonizzati che si prestano a smaltirli accogliendoli nel loro territorio o nei loro lager: ciò che altrimenti è chiamato “piano Mattei” o “modello Albania” e rimanda non solo alle deportazioni di Trump ma anche a quanti, pur non considerati tiranni, sono al governo nei Paesi o negli uffici apicali dell’Unione Europea e fanno da padroni su questi nostri mari.
Da questo risulta come per la Chiesa le attuali politiche e culture sulle migrazioni rappresentino il massimo del degrado dell’attuale civiltà, perché vogliono dire il ritorno alle discriminazioni antropologiche tra uomini e no, ciò che è la più grande sfida anche alla Chiesa che dell’unità di destino dell’intera famiglia umana fa la sua stessa ragione di essere.
Ma questo giudizio severo non incattivisce la Chiesa, anzi raggiunge qui la massima tenerezza come nel canto di dolore che nelle sue ultime esternazioni Papa Leone ha dedicato ai bambini vittime di queste politiche, quando anche a “uno solo di questi bambini” è un sacro dovere prestare attenzione, carezze e cura.
“I minori sono i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori mondiali”, scrive il Papa. “Sono volti concreti, storie uniche, che fanno appello alla nostra coscienza. Ogni anno, milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali e altre tragedie; e purtroppo il loro numero continua ad aumentare. Le responsabilità economiche, politiche e militari di questo disastro sono immani. La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi: vi sono giovanissimi che hanno perso genitori, fratelli, sorelle e amici e sono testimoni di violenze indicibili. Altri, separati per lunghi periodi dai propri familiari, tentano di ricongiungersi a loro, vivendo nel frattempo l’angoscia della lontananza. Vi sono poi minori che affrontano il tragitto insieme ai genitori, esposti tuttavia a condizioni estreme e traumatiche. Non possiamo infine dimenticare la tragica condizione di quanti vengono separati dai genitori a causa del rimpatrio”. E qui Papa Leone riprendeva quanto in una analoga occasione era stato scritto da Papa Francesco: essi «sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi». Dinanzi a questa drammatica realtà, il mio pensiero va a una parola di Gesù che interpella profondamente la coscienza di ciascuno: ‘Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me’ (Mt 18,5). Non è una questione di cifre o di statistiche. Il Vangelo ci invita a non fare calcoli: anche uno solo. Ogni bambino, ogni essere umano possiede una dignità infinita. È immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,26), è presenza del Signore. Davanti a ciascun minore migrante, siamo chiamati a compiere un atto di umanità e di fede: nel bambino, infatti, possiamo accogliere e incontrare il Signore”. E qui Papa Leone è andato anche oltre i confini entro cui è ascoltato il Vangelo: “Anche uno solo di questi bambini, nell’orizzonte delle diverse religioni, ci ricorda che la vulnerabilità dei piccoli non conosce confini confessionali e ci accomuna in una responsabilità umanitaria e spirituale condivisa”.
Un impegno per tutti: anche un solo bambino. Contro tutti i settarismi: come ha ammonito il Papa parlando ieri ai giovani di Comunione e Liberazione, «il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarsi nell’intera realtà».
Con i più cordiali saluti,
da “Prima Loro” (Raniero La Valle).
