
Il 24 agosto 2026, il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, celebra la Santa Messa presso il Campo Sportivo di Amatrice (RI) in occasione del 10° anniversario del sisma che colpì il Centro Italia. Di seguito il testo dell’omelia.
Ricordare fa anche male. Riapre una ferita, suscita le lacrime e queste fanno piangere di nuovo. Ricordare assieme e ricordare accompagnati con il Signore e il suo amore che non dimentica ci fa sperimentare oggi quella beatitudine, altrimenti incomprensibile, che proclama beati coloro che piangono perché saranno consolati. Gesù non dice beata la sofferenza, anzi, ci protegge da questa, ma vuole che chi sperimenta la durezza della vita trovi il suo e il nostro amore, che significa consolazione, speranza, futuro. Per questo Gesù ha pianto: per consolare le nostre lacrime.
L’amore di Dio non è un palliativo, un narcotico per dimenticare e andare avanti, ma è sofferenza con chi soffre, sconfitta del male, ricostruzione di quello che è rovinato. Gesù affronta il male e ci insegna a combatterlo con l’unica forza capace di sconfiggerlo: l’amore. Il ricordo ci rende attenti a coloro che oggi piangono, colpiti dai terremoti ma anche da quella distruzione causata dall’uomo che è la violenza e la guerra. Dio insegna a essere umani. Che umanità c’è nel girarsi dall’altra parte, nel ridurre la persona a numero e la morte a contabilità? Dio ha compassione per la sofferenza e vuole che le lacrime si trasformino in gioia. Per farlo piange con noi, fa sue le nostre lacrime e ci insegna a piangere con chi è nel pianto per trasformarlo in vita, futuro, speranza. Lui si fa comunità con noi perché anche noi impariamo a farla tra di noi facendo come Lui e con Lui. Lo abbiamo vissuto soprattutto all’inizio, sgomenti, quando ognuno ha dato il meglio di sé nelle difficoltà, tutti collaboravano e tutti volevano dare una mano, come i giorni di vita vissuta insieme nelle palestre. Ricordiamo quel dolore immenso. È sempre parziale, ma sappiamo che Dio conserva tutte le lacrime nel suo otre, le scrive nel suo libro (Sal 56,9) e questo ci rassicura.
“È crollato tutto! Vi prego, salvateci…”. La telefonata che nessuno vorrebbe mai ricevere. E ne arrivarono a migliaia, tutte insieme, quella notte, quando i vigili del fuoco e tutte le forze di soccorso si trovarono ad affrontare l’immensa tragedia del terremoto. “Avevo pensato al peggio, ma questo è di più”, commentarono allora. “Era buio pesto. Ci avevano detto che c’erano dei crolli parziali ma abbiamo trovato l’inferno. C’era odore di gas e i sopravvissuti che chiedevano aiuto per tirare fuori le persone da sotto le macerie”. Il frastuono del terremoto, le urla disperate, il buio, l’aria pesantissima, resa irrespirabile da una nube di polvere che entra fino alle ossa. Un sopravvissuto raccontò: “Finalmente vedo come e? ridotta la mia povera casa. Non ci credo, mi sembra un incubo, arriviamo con affanno al portone d’ingresso che non si apre, e? uscito fuori asse, bloccato. E tutto questo mentre la terra continua a tremare: 142 secondi di distruzione, interminabili, arriva un’altra scossa maledetta e sentiamo attorno a noi case crollare e gente urlare. Sono momenti che cambiano la vita, in cui ci si rende conto di quanto siamo piccoli e fragili di fronte a simili eventi potenti e catastrofici e di come chi esca vivo da un tale inferno debba doverosamente ringraziare il Signore e, nel mio caso, anche i miei genitori che mi hanno protetto dal Cielo”. “Stretti durante la scossa in un abbraccio che poteva essere l’ultimo, la paura si confonde con l’amore, e la storia e la geografia lasciano il tempo che trovano. Come non pensare alla via principale di Amatrice, il corso umbertino, ridotta completamente in macerie, con la torre civica sullo sfondo, unico edificio a rimanere in piedi. Poco più in là, hanno allineato i cadaveri dove nei giorni lieti della villeggiatura si andava a passeggiare o per un aperitivo. Figure la cui scomparsa suscita un senso di sconvolgente incredulità”.
Amatrice significa anche le sue importanti frazioni, tutte importanti, costellazione di comunità e case che forse hanno sofferto ancora di più dell’isolamento, che con dignità seguitarono a contare i morti. In quella frenetica “partita tra la vita e la morte”, ricordo l’emozione del recupero di una bimba sepolta dalle macerie. “Nella confusione si sente una vocina flebile che risponde. Scatta lo scavo a mani nude, nel terrore che un movimento o le scosse continue possano far franare tutto, chiudendo ogni speranza. La lucidità che si scontra con i sentimenti, la necessità di mantenere la calma. Poi, l’ultimo blocco di macerie che spalanca un varco e la vocina flebile della bimba, che fa battere forte il cuore”. Le mani della piccola che cercano le braccia del suo salvatore, che racconta: “Quando finalmente siamo riusciti a liberarla, è stata lei a venire tra le mie braccia e a saltarmi al collo: in quel preciso momento non l’avrei voluta lasciare mai più. In tutto quell’inferno, tirare fuori un angioletto così, per di più vivo, è qualcosa di indescrivibile. Una cosa simile a quando prendi in braccio per la prima volta un figlio”. Sono le parole che avremmo voluto per tutti.
Gesù è il primo soccorritore e anche sempre l’ultimo a restare là sotto. Ecco dove è Dio. Non dimentichiamo l’immagine dei funerali, sotto un tendone, con un Cristo in croce tenuto su con le corde che dava il senso della tragedia. In questa Apocalisse che portiamo nel cuore, la Scrittura ci parla di una città che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Costruiamola. Ci aiuta a non arrenderci, a credere che anche la nostra città, oggi ancora provata da quella desolazione, può trovare nuova vita e speranza.
Oggi celebriamo San Bartolomeo, la tradizione lo identifica con Natanaèle, segnato dallo scetticismo, che all’amico entusiasta e pieno di speranza contrappone l’amarezza. Gesù gli rivolge parole personali, che lo fanno sentire capito da Lui. Il Signore conosce quello che abbiamo nel cuore, il desiderio di futuro per noi e per chi ha perso tutto, specialmente per chi non c’è più. Un amore così ci aiuta a costruire con speranza e passione il futuro, a vedere il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo. “Vedrete!”. Il cielo e la terra possono unirsi, Gesù unisce cielo e terra, ci fa vedere quello che saremo ma anche amare quello che siamo e che vuole diventiamo. Gli angeli sono i riflessi di Dio, coloro che con la loro parola e i loro gesti portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Anche noi esseri umani dovremmo sempre di nuovo diventare angeli gli uni per gli altri, angeli che ci fanno vedere il riflesso dell’amore di Dio, che è e sarà pieno. Ne abbiamo visti, specie negli infiniti gesti di amore, di gratuità, che furono la pronta risposta a quella tragedia. Papa Francesco fu vicinissimo sin dal primo istante, chiamando e manifestando anche in maniera molto concreta la sua solidarietà, come ricorda monsignor Domenico Pompili. “Alle sette del mattino, cioè poco più di tre ore dopo il terremoto, mi chiamò sul cellulare. Nei giorni e nei mesi successivi si informò continuamente e quando venne disse: ‘Dal primo momento ho sentito che dovevo venire da voi! Semplicemente per dire che vi sono vicino, che vi sono vicino, niente di più, e che prego, prego per voi! Guardare sempre avanti. Avanti, coraggio, e aiutarsi gli uni gli altri. Si cammina meglio insieme, da soli non si va. Avanti! Grazie’”. Sono parole che sentiamo vere ancora oggi! La vita continua, sempre intrecciata con la morte. “Quannu ne la vita va a fenì jo nterra Ha da tenè la forza de rearzatte e inizià la guerra”, dice lo spirito intrepido degli Amatriciani! Dieci anni fa dicevamo che la ricostruzione doveva partire da dentro le persone, non soltanto dai mattoni. I cieli aperti ci aiutano a ritrovare motivazione e slancio per pensarci comunità, per vincere la stanchezza con l’unica forza che ci fa muovere: l’amore, cioè la passione per il futuro, la voglia di donare vita a chi viene dopo. Aiutiamoci tutti a guardare avanti. Le difficoltà e i problemi – che ovviamente ci sono e ci saranno – non ci paralizzino e anzi rafforzino il senso di comunità.
Papa Paolo VI disse che il cuore del Papa è come un sismografo, che registra le sofferenze del prossimo. Proprio questo ci rende umani e ci aiuta a capire l’altro e a fare nostre le sue sofferenze, ma anche le speranze. Sono stati dieci anni duri. Il processo non è compiuto, consapevoli del molto che è stato fatto, siamo ancora sospesi: “Amatrice non c’è più e non c’è ancora”, ma pezzo per pezzo riappare, in uno sforzo che ha delle proporzioni gigantesche e in un’avventura che è fantastica. Quando si rimane distanti gli uni dagli altri o quando non c’è ancora la piazza del paese è difficile, ma siamo sicuri che tornerà a essere piena di persone, perché la comunità si rigenera. Dio è comunità e ci ricorda che saremo una cosa sola, perché l’amore unisce, il male distrugge e divide. E questo dipende anche da ognuno di noi. Non interessano polemiche, ma l’impegno di tutti, a cominciare dallo Stato e dalle sue istituzioni, dalla Chiesa, dalla passione e dalla creatività di ognuno. “C’è molto da fare ma il peggio è alle spalle”. E vogliamo vedere angeli salire e scendere e portare speranza, luce, futuro, consapevoli che l’amore è più forte del dolore e della morte. Lasciamoci aiutare dalla Madonna di Filetta, perché “Soave e benigna e ornata di zelo la strada del cielo al mondo insegnò” e continua a mostrarcela perché la percorriamo insieme, con forza e speranza.
