
Gli ultimi giorni di cronaca internazionale hanno costretto La Porta di Vetro a riaprire una riflessione su un presente fatto di stretti legami tra bombe, contratti e bilanci. Non è un'immagine retorica: il racconto della guerra si intreccia con l'industria che la alimenta, con le reazioni che produce e con la cornice economica globale.
Si parte da un dato concreto. Caterina Mele, nel suo editoriale della domenica, ricostruisce la notizia riportata dal Washington Post: l'amministrazione Trump ha approvato la vendita a Israele di armamenti per circa 2,8 miliardi di dollari. Tra le “nuove” forniture, emerge un elemento che riguarda direttamente l'Europa: i corpi delle bombe MK-84 vengono prodotti anche da RWM Italia, controllata da Rheinmetall, nello stabilimento sardo di Domusnovas. Un’azienda il cui fatturato è raddoppiato, tra il 2022 e il 2025.
È proprio questo intreccio industriale, nel quale il nostro paese riveste un ruolo chiave, il centro dell'intervento di Gian Paolo Masone, che riprende una notizia poco commentata: lo Stato italiano è stato denunciato, insieme a Leonardo S.p.A, per complicità nella vendita di armi a Israele, in un'azione legale promossa dall'associazione Un Ponte Per con Arci, Acli e Pax Christi. Da qui Masone riparte per rileggere l'appello lanciato mesi fa dall'Arcivescovo di Torino, il Cardinale Roberto Repole - “vogliamo diventare la città delle armi?” -, non come una chiusura ideologica alla difesa, ma come monito contro la monocultura industriale bellica, proponendo che le competenze tecnologiche sviluppate per la difesa vengano trasferite anche al tessuto civile, sotto la vigilanza di comitati di sostenibilità nei consigli di amministrazione.
Dal dilemma industriale italiano a quello strategico continentale il passo è breve. Vincenzo Camporini e Domenico Moro analizzano la proposta di Emmanuel Macron di estendere all'Europa l'ombrello nucleare francese. I due autori mettono in luce le contraddizioni della dottrina di Parigi rispetto a quella NATO e l’opportunità politica della proposta, ma citano anche l'ex consigliere militare di Macron, Louis Gautier, secondo cui le vecchie bombe dispiegate in Belgio, Germania, Italia e Olanda avrebbero un'efficacia dissuasiva ormai dubbia.
Se il riarmo occupa cancellerie e attori economici, è il cinema a mettere in scena il costo umano della guerra. Marcello Croce racconta la premiazione a Venezia del docufilm Naza, degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Naza - acronimo militare per "danno collaterale" - raccoglie le testimonianze di 24 tra ufficiali e soldati israeliani sulle procedure di eliminazione di massa dei civili a Gaza. Abraham ha rivolto un appello diretto all'Italia, accusando il governo - insieme a quello tedesco e ungherese - di bloccare in sede europea le pressioni su Israele legate alla clausola sui diritti umani dell'accordo commerciale UE-Israele.
Croce collega la vicenda al disegno di legge sull'antisemitismo in discussione in Parlamento, temendo che possa trasformarsi in uno strumento di censura verso le critiche alla politica israeliana.
Applauditi a Venezia, Abraham e Szor sono stati bersagliati in patria da accuse di tradimento, secondo un copione tristemente prevedibile: l’ennesimo comportamento illiberale, che si somma alle difficoltà di un governo Netanyahu sempre più isolato, mentre si avvicinano le elezioni.
Ma, nonostante le reazioni delle opinioni pubbliche, le guerre in corso continuano a generare fronti militari paralleli, che l'Occidente fatica a governare. Alberto Scafella ha raccontato l'attacco che, nella notte tra il 17 e il 18 settembre, ha danneggiato un Eurofighter italiano nella base aerea saudita di Ta'if. Gli Houthi continuano a colpire con droni e missili relativamente economici, costringendo l'Occidente a moltiplicare radar, batterie SAMP/T e turni operativi in una guerra di logoramento in cui l'iniziativa resta nelle mani dell'attaccante. La domanda sollevata da Scafella rimanda al tema aperto da Mele e Masone: quanto a lungo si può continuare a rispondere con più armi a una spirale che le armi stesse alimentano?
A chiudere il cerchio arriva l'analisi più ampia di Rocco Artifoni, che presenta i dati del sedicesimo report "TOP 200" del Centro Nuovo Modello di Sviluppo. I dati sono allarmanti, anche se non sorprendenti: le circa 320mila multinazionali del pianeta controllano l'80% del commercio internazionale, e le prime 200 da sole pesano per il 16% di quel fatturato, con profitti cresciuti del 137% negli ultimi dieci anni. Delle prime 100 entità economiche mondiali, 59 sono multinazionali e solo 41 governi nazionali. È in questa cornice che va letta la classifica di chi sta vincendo e chi sta perdendo nel nostro presente: in testa imprese e multinazionali, in fondo i cittadini.
A contrastare il tono, tetro e pessimista, di questa newsletter, in conclusione lasciamo spazio come sempre ai nostri consigli culturali.
Luca Rolandi ha raccontato per noi l’apertura del Festival dell’Accoglienza, giunto ormai alla sua sesta edizione, e che per un mese e mezzo ospiterà dibattiti, teatro, musica, laboratori, cinema, mostre, spiritualità, con oltre cento eventi e più di 250 ospiti. La manifesazione si è aperta ufficialmente lo scorso venerdì con la compagnia PoEM che, con la regia di Gabriele Vacis, ha incantato il pubblico proponendo una meditazione teatrale attraverso racconti e musica de “Il cantico delle creature”. Segnaliamo in proposito, anche l'opera dell'artista Daniela Nardelli.
Buona lettura, e buon inizio settimana.
