
Care amiche e cari amici,
la settimana appena trascorsa è stata segnata, come prevedibile, da un grande tema: la manifestazione di solidarietà nazionale che si è svolta sabato 31 gennaio 2026 a Torino, a seguito dello sgombero del 18 dicembre scorso del centro sociale Askatasuna.
Un evento atteso, dibattuto e controverso, che ha catalizzato l’attenzione dapprima della comunità torinese e, conseguenza immediata degli scontri al termine del corteo, quella nazionale.
È doveroso quindi, in questa sede, provare ad analizzare quanto accaduto, a partire da quanto detto e scritto prima della giornata di sabato.
Il primo contributo che vi suggeriamo di rileggere, in tal senso, è quello di Beppe Borgogno: in “Torino e Askatasuna allo specchio in attesa del 31 gennaio”, si ripercorrono i fatti dell'ultimo mese, a partire dallo sgombero dell'immobile di Corso Regina Margherita 47.
Come ha scritto Borgogno, "i rischi di tensione ci sono, inutile negarlo, e i tifosi del disordine forse stavolta non stanno da una sola parte della barricata. Molto probabilmente c’è in giro chi pensa di poter conquistare più facilmente la città facendola diventare capitale del disordine da un lato e della repressione dall’altro, con buona pace di chi invece vorrebbe discutere delle difficoltà del presente e delle prospettive per il futuro."
Nella stessa linea si muoveva anche l'analisi di Aida dell'Oglio che, dopo aver partecipato e raccontato dell'assemblea del quartiere Vanchiglia dello scorso 14 gennaio, ribadiva che "l'imperativo è quello della compostezza e rispetto, da una parte e dall'altra. I cittadini non hanno bisogno di sfilare nelle vie di Torino con armi improprie, né le forze dell'ordine sono titolate a un'azione preventiva verso le famiglie, spesso con minore, che prevede l'uso di idranti e manganelli. Perché Democrazia e Cultura non si alimentano con la violenza."
Ma, al di là degli auspici, che la Città si fosse risvegliata avvolta da una coltre di tensione, nella giornata di sabato, era ben chiaro a tutte e a tutti.
Le prime ore della manifestazione, della quale abbiamo pubblicato diverse foto, hanno dimostrato l'esistenza di una Torino, anzi di un'Italia che, come ha scritto Vice, vuole "poter esprimere liberamente il dissenso e rivendicare una politica sociale diversa, per alcuni alternativa, ma sempre al servizio dei bisogni dei cittadini, unico collante autentico democraticamente riconosciuto".
Sono state migliaia le persone scese in strada: famiglie con bambini, giovani, studenti, lavoratori. Migliaia che "tendenzialmente non si identificano in questa società" e che tuttavia "sono una grande risorsa, un grande elemento di energia che non va disperso" e che "chiede soluzione ai problemi che amiamo dibattere con vena accademica, ma che al momento di affrontarli, nascondiamo sotto il tappeto."
Questo avrebbe dovuto essere, e dovrebbe essere, il messaggio da cogliere dopo la giornata di sabato.
Ma, inutile negarlo, quanto avvenuto dopo il tramonto, con l'aiuto del buio sceso in città nell'ultimo giorno di gennaio, ha spostato evidentemente l'attenzione collettiva.
E allora, è doveroso chiederci "a chi giova allora l'ombra pesante che puntualmente cade su una pacifica manifestazione?"
Alle fronde più estreme dei movimenti antagonisti, certo, che trovano senso di esistere proprio negli scontri. Ma anche allo Stato, ed in particolare al Governo, che ha infatti già annunciato l'arrivo di un prossimo "decreto sicurezza", a cui la maggioranza di governo sarebbe al lavoro ormai da diverse settimane, secondo indiscrezioni, e che troverebbe ora il momento più propizio per essere approvato, forte del sostegno e dello sdegno dell'opinione pubblica.
Sia ben chiaro, non si tratta di giustificare quanto avvenuto: come ha scritto Nicola Rossiello "sabato ci siamo trovati di fronte a una scapestrata e arrogante élite del privilegio travestita da avanguardia rivoluzionaria. Chi sceglie di trasformare la piazza in un campo di battaglia calpesta la volontà della maggioranza dei partecipanti, esercitando un autoritarismo che non ha nulla di anarchico."
Ma se la condanna non può che essere unanime (come, peraltro, è stata), è utile una riflessione soprattutto sul ruolo dello Stato e della politica di fronte ad episodi del genere. E, come scrive lo stesso Rossiello "la politica della cosa pubblica si sta spostando dalla via della mediazione a quella della conflittualità sistematica. La maggioranza di governo pratica una polarizzazione che non è interessata a trovare soluzioni, ma solo colpevoli. Ogni genere di rivendicazione sociale si misura sul terreno dello scontro ideologico, alimentando un clima di perenne tensione che finisce per esasperare gli animi e impoverire il dibattito democratico".
Come ribadito dal Silp CGIL “la violenza non deve far arretrare il diritto al dissenso”,
Sfida complessa, è bene dirlo, soprattutto mentre la politica sembra più interessata a titoli di giornale che ad un lavoro - molto più lungo e meno gratificante, perlomeno nell'immediato - di mediazione e ascolto delle istanze sociali.
Rimane così l'allarmante sensazione - se non la certezza - di assistere costantemente ad un teatro dell'assurdo, ben lontano dai picchi di genialità di Beckett e molto più simile ad un episodio di una triste e stanca soap opera che si trascina ormai da decenni, nella quale la guerriglia di sabato e la loro coda polemica rappresentano solo l'ennesimo espediente narrativo di sceneggiatori ormai stanchi, ma ancora sufficientemente cinici e pericolosi per sostenere una politica repressiva.
La sfida culturale e democratica che ci attende meriterebbe, invece, ben altri interpreti nelle posizioni chiave di potere, che tuttavia sono difficili da intravedere all'orizzonte. A meno di non scambiare per provvidenza politica la nuova madonna pellegrina con il volto di chi tra ieri e oggi ha strabordato dal piccolo schermo per facili manciate di voti, mentre in Sicilia centinaia di famiglie sfollate hanno dovuto attendere giorni e giorni prima di vedere loro riconosciuto l'ennesima disastro ambientale generato soprattutto dal disinteresse pluridecennale dei governi locali.
Pur avendo dedicato, per ovvi motivi, la maggior parte delle newsletter agli eventi di questi ultimi giorni, non possiamo esimerci dal ritornare su una notizia, della quale vi avevamo scritto già la scorsa settimana, denunciando l'apparente disinteresse da parte dei grandi mass media.
Abbiamo chiesto a Libero Ciuffreda di ripercorrere quanto avvenuto, durante i giorni della tempesta Harry, nel Mediterraneo.
La conclusione di Ciuffreda, che riportiamo integralmente, non può che essere amara, prendendo atto della deumanizzazione a cui assistiamo ormai da troppi anni: "dietro ogni naufragio, come quelli delle ultime settimane, si intrecciano responsabilità che ci coinvolgono direttamente come cittadini italiani ed europei: in ogni tragedia si consuma la violazione di quei diritti umani, che giorno dopo giorno, tragedia dopo tragedia, vengono calpestati ed elusi. Le politiche di respingimento di cui i governi europei sono responsabili, hanno la stessa matrice xenofoba e la stessa retorica razzista delle politiche migratorie di Donald Trump, tali da non rendere più credibili le reazioni di distacco e di disprezzo che anche alcuni responsabili politici nostrani si affannano a manifestare".
Grazie per l'attenzione,
A lunedì prossimo
