Preghiere poesie

Commento al vangelo della III domenica anno C P. Alberto Maggi

     Commento al vangelo della III domenica anno C  P. Alberto Maggi

           

  Vangelo secondo Luca 1,1-4; 4,14-21

 

Quattro volte Gesù, secondo il Vangelo di Luca, entra in una sinagoga, e ogni volta è sempre in una situazione di grande conflitto. La prima volta, quella che la liturgia ci presenta oggi, addirittura cercheranno di ammazzarlo. Vediamo il perché. La liturgia ci presenta l’inizio del Vangelo di Luca, con l’intenzione dell’evangelista di descrivere accuratamente i fatti che altri hanno già narrato, e poi si salta subito, per quelle improvvise alchimie dei liturgisti, al capitolo 4. “Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito” - dopo le tentazioni del deserto - “e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe”. Ecco l’evangelista incomincia a prendere le distanze: le sinagoghe sono loro. Già la comunità cristiana si è distaccata da quella ebraica e quindi c’è questa differenza, sono le loro sinagoghe. “E gli rendevano lode” - gli rendevano lode ma a Nazareth, a quanto pare non accadde la stessa cosa. “Venne a Nazareth” – Nazareth è un borgo di trogloditi, cioè gente che viveva ancora nelle grotte, un borgo selvaggio, conosciuto per essere un covo di nazionalisti, cioè di persone attaccate a ideali religiosi di supremazia di Israele e di violenza contro i dominatori romani – “e, secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga” - è la prima delle quattro volte in cui Gesù entrerà nella sinagoga nel Vangelo di Luca, e ogni volta sarà occasione di conflitto - “e si alzò a leggere.” “Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia” - le letture liturgiche nella sinagoga seguivano un ciclo triennale, pertanto ogni sabato era ben prevista, ben prescritta, la lettura da fare. Ma Gesù, ecco che fa la prima infrazione: non legge il 3 testo previsto per la liturgia di quel giorno, il testo dice invece che - “aprì il rotolo e trovò”. Questo ‘trovare’ è frutto di ‘cercare’: il verbo greco adoperato dall’evangelista è ε?ρ?σκω. Quindi Gesù cerca non la lettura del giorno, ma qualcosa di diverso. E cerca il passo del profeta Isaia, al capitolo 61, dove c’è l’investitura del Messia. “«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione»”, l’unzione in ebraico si dice mashiáh, da cui il termine Messia, che poi tradotto in greco è Cristo, che significa “l’unto”. L’unto cos’è? L’unto è quell’uomo investito della forza, della potenza di Dio, che lo rende una persona divina, una rappresentanza di Dio e della sua forza. «E mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio»”. Il lieto annunzio che i poveri attendono quale può essere? La fine della loro povertà. “A proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista”. Qui non si tratta tanto di restituire la vista ai non vedenti; le prigioni erano tutte sotto terra e i prigionieri, i carcerati, stavano completamente al buio, quindi restituire ai ciechi la vista significa liberare i prigionieri, liberare gli oppressi, come continua “«a rimettere in libertà gli oppressi e a proclamare l’anno di grazia del Signore»”. Ecco perché è la buona notizia per i poveri, l’anno di grazia del Signore è il giubileo, dove, secondo la prescrizione del Libro del Levitico, avviene la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Quindi Gesù parla di questo periodo benevolo di liberazione per tutte le persone, ma, stranamente … il versetto continuava con “il giorno di vendetta del nostro Dio”. E Gesù invece non lo legge; Gesù non è d’accordo con il profeta Isaia. E’ d’accordo col proclamare l’anno di grazia del Signore, cioè il segno della liberazione, ma non è d’accordo con la vendetta sui dominatori. Quindi il versetto continuava con il giorno di vendetta del nostro Dio e Gesù, invece, lo censura, Gesù non lo legge. Allora Gesù già ha fatto una prima infrazione, ha cercato un testo che non era quello liturgico; adesso ne compie anche un’altra: omette la seconda parte di questo versetto. Poi “riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette”.

Il  ‘sedere’ (καθ?ζω) è la posizione del maestro, la posizione di colui che insegna; ebbene, l’atmosfera è carica di tensione.

“Nella sinagoga gli occhi di tutti erano fissi su di lui”. C’è grande tensione, queste due infrazioni, ma soprattutto il fatto che Gesù non ha parlato della vendetta, che è quello che gli abitanti di Nazareth, nazionalisti esacerbati, aspettavano.

“Allora incominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta quella scrittura che voi avete ascoltato»”. E qui non capisco perché nella traduzione il traduttore ha eliminato un elemento importante “con i vostri orecchi” (?ν το?ς ?σ?ν ?μ?ν). L’evangelista vuole abbinare gli occhi nella sinagoga (gli occhi di tutti erano fissi su di lui) con gli orecchi. Perché questo? Perché è un evidente allusione al profeta Ezechiele, cap. 12, vers. 2, dove il profeta scrive “Figlio dell’Uomo, tu abiti in mezzo a una genia di ribelli che hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono perché sono una genia di ribelli”. Quindi questi occhi fissasti su Gesù non vedono veramente chi è, e le orecchie che ascoltano il suo messaggio non capiscono perché sono una genia di ribelli. Gesù ha annunziato la parola di Dio, del profeta Isaia, ma non ha parlato della vendetta contro i pagani e, aveva scritto l’evangelista, che “tutti gli occhi della sinagoga erano fissi su di lui”. Quindi c’è un’atmosfera di grande tensione. Ebbene, scrive l’evangelista, “Tutti gli davano testimonianza”. Ecco, il verbo ‘testimoniare’, in greco è μαρτυρ?ω, che significa ‘testimoniare, dare testimonianza’, a seconda dei contesti può significare una testimonianza a favore o una testimonianza contro. Ad esempio la stessa forma verbale la troviamo nel capitolo 23 del Vangelo di Matteo, al versetto 31, dove Gesù dice “Testimoniate contro voi stessi”, è rivolto a scribi e farisei. Allora qui questo ‘dare testimonianza’ non è una testimonianza a favore, ma dobbiamo tradurlo con “e tutti gli erano contro”. Erano contro perché Gesù non ha letto il brano del giorno e gli erano contro perché Gesù ha censurato il profeta Isaia laddove parla della vendetta contro i pagani. 5 Quindi tutti gli erano contro “ed erano meravigliati”, cioè scandalizzati, “delle parole di grazia”. Gesù continua a parlare della grazia, cioè della liberazione di Gesù che si rivolge a tutta l’umanità, non è esclusiva di un popolo, ma anche i pagani sono oggetto di questa liberazione. E’ quello che i nazaretani non accettano. Quindi, scandalizzati “delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Non mettono in dubbio la paternità di Gesù, che Giuseppe fosse suo padre, scrive l’evangelista che “era figlio come si credeva di Giuseppe”, ma ‘figlio’, nel mondo ebraico, è colui che assomiglia al padre per il comportamento, per le idee. Ebbene Gesù non ha nulla del padre. Quindi l’evangelista fa comprendere che anche Giuseppe condivideva gli ideali nazionalistici degli abitanti di Nazareth. Ebbene, Gesù, di fronte a questa reazione furibonda da parte di tutti i partecipanti nella sinagoga, non solo non cerca di rimediare, ma mette il dito nella piaga. Mette il dito nella piaga citando due episodi sui quali la tradizione di Israele preferiva sorvolare, cioè l’intervento di Dio a favore dei pagani. Questo era intollerabile. Allora continua e dice: “«Certamente voi mi citerete questo proverbio: ‘Medico, cura te stesso’»”. E qui c’è un’eco di quello che diranno a Gesù quando sarà sulla croce: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso!” “«’Quanto abbiamo udito che accade in quella Cafàrnao’»”, l’evangelista usa il termine dispregiativo perché Cafàrnao era una città di frontiera, di popolazione mista con i pagani, quindi era vista con disprezzo dai puri nazaretani, ”«’fallo anche qui, nella tua patria!’»” “Poi aggiunse: «In verità vi dico: nessun profeta è ben accetto nella sua patria.»” La patria qui rappresenta il luogo della tradizione, il luogo degli ideali religiosi e quando il profeta interpreta e annunzia la volontà di Dio, che riguarda il nuovo, che riguarda il presente, viene sempre rifiutato. E qui Gesù allora, come diceva, mette il dito nella piaga e cita due episodi. 6 Quello della famosa carestia di Israele al tempo di Elìa, ebbene Elìa, il profeta inviato da Dio, da chi andò? Da qualcuno in Israele? No, “andò da una vedova a Sarèpta di Sidòne”, l’attuale Libano. Quindi l’azione di Dio è anche per i pagani. Ugualmente la piaga della lebbra, Gesù cita “c’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro”. Cioè quei popoli pagani, nemici storici di Israele, anche questi vengono beneficiati dl Signore, perché Dio non fa preferenze, il suo amore si rivolge a tutta l’umanità. Ebbene, dopo aver citato Elìa ed Eliseo, due profeti che hanno svolto la loro azione a favore dei pagani, la goccia che fa traboccare il vaso! “All’udire queste cose, tutti…” - sono gli stessi ‘tutti’ di sopra, al versetto 22, che gli erano contro - “si riempirono di sdegno” - letteralmente ‘ribollirono’ (?πλ?σθησαν π?ντες θυμο?). “Si alzarono e lo cacciarono fuori della città”. ‘Fuori della città’ è il luogo delle esecuzioni capitali, dove Gesù fu ucciso, fuori della città di Gerusalemme, Stefano, il primo martire, sarà ucciso fuori della città … “E lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale era costruita la città”. La città costruita nel monte era Gerusalemme, costruita sul monte Sion, allora l’evangelista qui unisce Nazareth e Gerusalemme, il primo tentativo di ammazzare Gesù e la città dove verrà eseguita la condanna a morte. “Per gettarlo giù”, quindi la prima volta che Gesù entra in una sinagoga, l’annuncio di questo amore universale di Dio, un amore che non riguarda un popolo privilegiato, ma riguarda tutta l’umanità, incontra resistenza, incontra rabbia, e incontra addirittura violenza. “Ma egli, passando in mezzo a loro” - immagine simbolica che raffigura la risurrezione di Gesù, lo uccideranno, ma lui continuerà la sua esistenza -” si mise in cammino”. Rifiutato da Israele, poi Gesù rivolgerà il suo messaggio d’amore anche ai popoli pagani.

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C (Gv. 2, 1-11)

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO  ANNO C (Gv. 2, 1-11) 

Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”

 

Ai tempi di Gesù i simboli per eccellenza dell’abbondanza, della pienezza e della festa erano le “nozze”, il matrimonio e – strettamente collegato a questo evento – il banchetto che consacrava l’evento. Oggi non è più così. Ci si sposa molto meno di ieri. Le coppie si chiamano “di fatto” perché hanno intrapreso la convivenza senza nessun scambio pubblico di consenso ufficiale. E l’industria del divertimento si è così perfezionata che appare quasi preistorico associare la festa al pranzo di nozze.

Ciò che non cambia e che non può cambiare – però – è l’ingrediente della gioia all’interno di feste, divertimenti ed eventi straordinari incaricati di interrompere lo scorrere quotidiano del tempo per consegnare alle nostre esistenze il piacere di vivere.

Ed è esattamente questo ciò che è accaduto a Cana di Galilea: il banchetto imbandito per le nozze dei due sposi si sta svolgendo con tutto il suo carico di passaggi obbligati che devono essere attuati. Ciò che nota Maria – ecco l’attualità di questo passo – è che a quel gruppo di invitati “manca il vino della gioia”. Può succedere. Ancora oggi si può presenziare fisicamente ad una “festa”, ma con il cuore spento, poco motivati e abbastanza lontani dall’orizzonte della felicità. Crociere, viaggi, gite, escursioni, concerti, uscite, concerti, visite o tour enogastronomici…, quante volte si è immersi in questi eventi e la gioia resta il grande assente dell’esperienza consumata insieme.

Se nessuno lo fa notare, si finge che tutto vada bene. “Ci siamo divertiti – si dice. Abbiamo fatto foto e video.”. Le risate non sono mancate. Ma si aspetta il prossimo evento per sperare che si accenda la spia della gioia.

Maria non ha finto di non vedere. È andata da Gesù – suo figlio – e gli ha fatto presente la situazione. “Non hanno più vino”. Gesù sembra indispettito dalla segnalazione della mamma: “Donna che vuoi da me?”. Ma l’occhio attento della mamma ha colto che al di là dell’impreparazione del Figlio ad entrare in azione (“Non è ancora giunta la mia ora.”), la sua richiesta ha fatto breccia nel cuore di Gesù. Il resto è noto: Gesù fa riempire le anfore di acqua e ordina poi che queste vengano portate al banchetto: l’acqua si è trasformata in ottimo vino. La festa è salva. Torna non solo il divertimento, l’allegria e quel clima di sana baldoria senza la quale non c’è festa di nozze, ma si fa strada “anche” la gioia che riempie il cuore di chi partecipa alla felicità degli altri e che rende indimenticabile quell’evento.

Solo Dio sa quanto anche noi abbiamo bisogno che Maria dica a Gesù che in moltissime nostre case, comunità e “banchetti” è finito il vino della gioia. Per imparare che per trovare la felicità non ci è chiesto di cercarla da soli (!) consultando – per sé stessi – il ricco menu che ci viene fornito dall’industria del divertimento. La felicità autentica la trova solo chi è disposto a condividere la gioia di chi – vicino a noi – si accorge di aver nuove ragioni per vivere e per continuare a lavorare e a sperare.

Agli anziani della Chiesa di Efeso che, addolorati, si sono recati al porto per salutare per l’ultima volta San Paolo (certi che non lo avrebbero più rivisto) San Paolo non consegna solenni discorsi o grandi raccomandazioni. Affida a chi lo saluta con il nodo alla gola le parole di Gesù perché le imprimano nel loro cuore: “Si è più beati nel dare che nel ricevere” (Atti degli apostoli 20,35). Il senso della vera festa attraversa la nostra vita non appena decidiamo di condividere con chi ci è vicino le ragioni della sua piccola e grande gioia. Nel cercare la festa per sé stessi, si spendono molti soldi; ci si stanca e si resta con il cuore carico di nostalgia della vera gioia. Occuparsi di chi ha meno; farsi carico di chi è più debole e creare le condizioni perché nessuno debba essere senza il necessario per vivere vuole dire praticare la grammatica della gioia che si declina con servizio, perdono, accoglienza e libertà dal giudicare.

Facciamo in modo che ai nostri giovani giunga all’orecchio (e al cuore) l’ansia di Maria per le troppe realtà comunitarie senza il vino della gioia. Diamo l’esempio a chi cresce che solo Gesù trasforma l’acqua della nostra quotidianità nel vino della gioia permanente che non delude. E facciamo in modo che non manchino, nei pressi dei nostri figli, le giare che al momento opportuno potranno, su ordine di Gesù, essere riempite di acqua per poi trasformarsi in gioia.

Quali sono queste giare? Il nostro esempio; la nostra testimonianza di servizio e di attenzione alla vita comunitaria; il partecipare alla ricerca del bene comune anche se non si è sempre retribuiti; la disponibilità a non giudicare e soprattutto a non condannare chi è più debole; l’ascolto del Vangelo come la sola Parola che insegna a vivere e che guarisce le nostre malinconie e lo sforzo per imparare a perdonare. Se queste sei giare sono presenti accanto a chi cresce, prima o poi Gesù – su invito di Maria – farà in modo che l’acqua del vivere si trasformi nel vino della gioia.

E preghiamo perché la tregua nella Terra di Gesù si consolidi per preparare quella Pace giusta che tutti attendiamo.

 

 

                                                                                        Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

                   al matrimonio della zia a noi bambini ci hanno messo su un tavolo “riservato”.

E al posto del vino hanno messo, sulla tovaglia, aranciate e altre bibite.

Gli sposi ci hanno detto, per ridere, di non bere troppo e Mattia ha risposto: “Fate attenzione anche voi perché chi beve troppo vino poi litiga”.

E poi a noi ha aggiunto: “Il papà di Alessio quando beve troppo vino bisticcia con tutti e tratta male anche i figli. Per questo motivo lui spesso è triste.”.

A catechismo ci hanno detto che solo Tu, Gesù, ci aiuti ad essere felici.

Ti prego Gesù: porta il vino della Gioia in tutte le nostre case.

E porta il vino della Pace anche nella Tua terra: dove, forse, si riesce a “firmare” la tregua e a “fermare” quella brutta guerra che ha distrutto tutto e ucciso troppe persone.

 

P. S: Cana e Gaza sono distanti?

BATTESIMO DEL SIGNORE

BATTESIMO DEL SIGNORE (Lc. 3,15-16.21-22) - 12.I.2025

(Il cielo si aprì.)

 

Quando uno si immerge in un fiume, possono succedere due cose: o che si bagni (e si lavi) o che affoghi. Il battesimo di Giovanni voleva significare queste due cose:

  • chiedere a chi si “battezzava” di “lavare” il male, il peccato e l’egoismo che è in lui;
  • invitare chi si immergeva nelle acque del fiume Giordano ad “affogare” e “uccidere” il suo attaccamento all’io, al male e alla voglia di dominare gli altri.

Ma perché Gesù – che non aveva nessun bisogno di sradicare da sé stesso male, cattiveria e peccati vari – ha deciso di recarsi anche lui di farsi battezzare da Giovanni Battista? Perché vuole rispondere all’umanità che, angosciata, da millenni grida: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is. 63,19). Con il cielo “chiuso”, l’orizzonte della vita è cupo, buio, sbarrato e privo di speranza. Era così ai tempi di Gesù. Ed è così ancora oggi. Ed è per questo motivo che, appena battezzato, Gesù “stava in preghiera, il cielo si aprì e discese su di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba”.

Dicono gli esperti che non esiste posto, sulla terra, più basso del luogo in cui il fiume Giordano si getta nel mar Morto (397 metri sotto il livello del mare). Ed il cielo si apre nel preciso istante in cui Gesù “scende” verso di noi. Da sempre l’umanità rincorre il sogno di “salire” verso l’alto: per raggiungere successo, potere o gloria. E più l’uomo ha tentato questa scalata e più ha dovuto constatare un cielo sbarrato che assiste impotente alle sofferenze che si consumano su questa povera e drammatica terra. Con Gesù Dio decide di prendere l’iniziativa. Non siamo più noi che dobbiamo provare a salire verso il cielo. È Lui – il Dio di Gesù – che scende verso di noi. E che ci mostra il Cielo aperto e lo Spirito di Dio, che in modo corporeo, si posa su ciascuno di noi.

Seconda domanda: ma perché a pochi giorni dal Natale, la chiesa ci presenta Gesù adulto alle prese con il Suo battesimo? Perché non vuole che la celebrazione del Natale diventi una bella poesia o – peggio ancora – una favola al termine della quale si smonta il presepe e si torna alla vita di sempre. La chiesa – esperta di umanità – ci propone di passare da Betlemme al fiume Giordano perché ognuno di noi possa confrontarsi con quel Gesù Signore che ha aperto i cieli per noi e che ci ha “immersi” (nel nostro battesimo) nell’amore di Dio (siamo amati da Lui) che ci educa e ci insegna ad amare chi ci è accanto.

Non siamo abituati a celebrare la festa del nostro battesimo. Rischia di essere una data, un evento e un sacramento di ieri presente solo in qualche foto sbiadita. In realtà quel giorno ci è stato fatto un dono (grande) che – se accolto giorno dopo giorno – ci porta a vivere con il Signore Gesù che ci abilita a vincere, quotidianamente, il male con il bene.

Non solo. Quel giorno – quando siamo stati battezzati – siamo entrati in una comunità che, carica di imperfezione e di limiti, ha il grande pregio di impedire che ognuno di noi si ritrovi in quella dolorosa solitudine che le nostre società del consumismo conoscono molto bene. Inutile negarlo: siamo sempre connessi, ma sempre più soli. Un terzo delle famiglie italiane è composto da un solo elemento! Per moltissimi bambini (e loro famiglie!) la loro prima comunità è quella della scuola (dell’infanzia o primaria). Ma sono soli anche i nostri adolescenti. I quali, per sfuggire a questa avarizia di relazioni, si improvvisano “amanti” prima del tempo: alle prese con “fidanzatine” e “fidanzatini” che, in molti casi diventano la spia che denuncia che si sta crescendo senza la compagnia di una indispensabile vita comunitaria (fonte di gioia e di fatiche). Alle prese con queste solitudini a due, però, i nostri ragazzi non si accorgono che così facendo non riescono a impiantare, nella loro vita, i semi della solidarietà, della generosità e del coraggio per ideali alti e difficili da raggiungere.

Senza la comunità del Signore Gesù che ci consegna il Suo Vangelo e che spezza il pane con noi e per noi, ognuno di noi si illude di poter scegliere i suoi amici, di poterli selezionare, di fare solo ciò che vuole e – ennesima povertà – di sentirsi autorizzato a interrompere impegni di formazione e di servizio agli altri “quando voglio” oppure “quando non sento più nulla dentro” (“Perché io non mi faccio condizionare da nessuno!!!”).

Dopo il Suo battesimo Gesù non è più tornato indietro. Si è posto sulla soglia del cielo per aprirlo in modo definitivo (“squarciarlo”, dice il Vangelo di Marco) e per donarci – in modo definitivo – quella comunità (imperfetto e carica di limiti) senza la quale – però – non conosciamo la fraternità che rompe ogni solitudine, la libertà dell’accogliere l’altro come un dono, la forza rigenerante del perdono e la gioia che scaturisce dal vivere per gli altri.

Buona festa a tutti.

BATTESIMO DEL SIGNORE

 

 

Luca 3,15-16.21-22

 

 

 

Caro Gesù,

                   da piccolo mi sono bruciato davanti a camino. E ancora oggi il fuoco mi attira e mi fa paura.

Il fatto poi che in queste vacanze di Natale molto persone siano morte in casa a causa di stufe e camini difettosi, mi convince sempre più che con il fuoco non si scherza.

È vero che san Francesco lo chiamava “fratello fuoco”, ma io preferisco lasciare che stufe, fornelli e fiamme varie le gestiscano i grandi.

Per questo ho apprezzato quello che Tu, Risorto, hai detto ai tuoi apostoli: “sarete battezzati in Spirito Santo” (Atti 1,5) togliendo il riferimento al “fuoco” che faceva Giovanni Battista.

Grazie Gesù.

Tu non sei venuto per condannare o per gettare nel fuoco chi fa i peccati, ma per aiutare chi è caduto a rialzarsi.

Gesù Ti prego per Zio Giorgio che di lavoro fa il pompiere.

Proteggi lui e chi lavora con lui.

III DOMENICA DI AVVENTO

III DOMENICA DI AVVENTO (Lc. 3,10-18) - 15.XII.2024

(“Che cosa dobbiamo fare?”)

 

La terza domenica di Avvento viene chiamata, tradizionalmente, “domenica della gioia”. E non a caso l’antifona d’ingresso recita così: “Rallegratevi sempre nel Signore, ve lo ripeto. Rallegratevi.”. Ma è la seconda lettura, tratta dalla lettera di san Paolo ai Filippesi, a spiegare le ragioni di questo invito alla gioia: “Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!” (Fil. 4,4).

Domani inizia la novena al santo Natale. Mancano meno di dieci giorni alla santa notte che ci ricorda la nascita del Bambino Gesù, l’Emanuele, il Dio con noi. Ma c’è davvero bisogno che la chiesa – in questi giorni di vigilia – ci rivolga questo forte appello al gioire?

In teoria non dovremmo aver bisogno di “solleciti” per “gioire”. In pratica, però, e più in profondità, questo invito rischia di cadere nel vuoto, se prendiamo in considerazione la stanchezza, lo stress, il correre, gli affanni e le fatiche che caratterizzano il tempo che prepara il Natale. Per non parlare della rabbia per una condizione economica che non ci permette la serenità sperata; dell’invidia per chi ha molto di più facendo molto meno; della gelosia per i figli degli altri (l’erba del vicino sembra sempre più verde!); dello stress generato dalle feste con i loro riti obbligatori di doni, di pasti e di condivisioni spesso forzate. Se un bravo regista decidesse di documentare gli sguardi di chi corre tra le luci sfavillanti delle nostre città addobbate per annunciare l’arrivo del Natale, scopriremmo che la quasi totalità dei volti è tra il cupo e il triste, alle prese con una nostalgia di gioia natalizia che non c’è più (legata all’infanzia) e alle prese – da una parte – con le ansie personali di chi ha perso il lavoro, di chi è in cassa integrazione, di chi ha visto fermarsi il suo progetto d’amore o di chi è tra le file di malati seri e affidati a cure impegnative e – dall’altra parte – alle prese con quelle guerre che sono attorno a noi e che ci lasciano attoniti e senza parole a causa del fatto che nessuno sa come sarà possibile arrivare alla Pace.

Alla luce di queste analisi, la terza domenica di Avvento diventa perciò un grande aiuto per uscire dalla malinconia che appesantisce il nostro cuore e che non ci lascia intravedere che il Signore è vicino. Vicino a noi. E così vicino “a me”, da rendere la Sua nascita il grande dono che rene possibile la speranza e la gioia.

Ed un primo e interessante aiuto perché ognuno di noi incontri – finalmente – la gioia piena donata dal santo Natale, ci viene dal Vangelo. Prima ancora che Gesù inizi il suo ministero pubblico, le folle, i pubblicani e i soldati si recano da Giovanni Battista per chiedergli: “Che cosa dobbiamo fare?”. Il cuore umano è fatto così: tra una rabbia e l’altra impiega tonnellate di energie per costringere (senza mai riuscirci!) l’altro a cambiare. Chi si lascia illuminare dalla Parola di Gesù sperimenta – prima ancora di tante teorie – che le radici della gioia vera affondano nel terreno dell’accogliere l’altro e dal cambiare sé stesso. Tutte le volte che l’altro è oggetto del nostro giudizio di condanna e ci accaniamo perché lui cambi, ci allontaniamo dalla gioia per fare esperienza di rabbia e di sterilità.

E sul che cosa dobbiamo fare per cambiare noi stessi, san Luca è molto chiaro, semplice e profondo. Intanto ci ricorda che il Dio di Gesù non chiede nulla per sé stesso. Il Padre di Gesù non ci vuole fermi ad adorarlo, a servirlo o ad offrirgli costosi e corposi sacrifici. La gioia cristiana, ci ricorda il Vangelo di questa domenica, nasce da corrette relazioni con noi stessi e con il fratello.

“Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha”. Della serie: non vivere per te stesso; non accumulare tuniche nell’armadio che non sai di avere, che non metterai mai, che inquinano il mondo al momento dello smaltirle e che offendono chi non ha nulla per coprirsi. Se il tuo sguardo non incontra mai il bisogno dell’altro, del povero e del creato – non dimenticarlo – non sarai mai nella gioia.

Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Del tutto inatteso per la nostra mentalità che ha imparato a convivere con le tante corruzioni diffuse: la gioia è garantita dalla pratica dell’onestà. Anche perché corruzione, abuso di potere e ricchezze ottenute con l’aiuto della disonestà non solo rendono stanco il cuore, ma non hanno futuro. Prima o poi crollano e non garantiscano la serenità sperata.

Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentavi delle vostra paghe”. Disarmante. Non trattare male l’altro: mai, nemmeno se hai del potere sulla sua condizione E cerca di accontentarti di quello che hai. Anche perché spesso e volentieri l’inferno inizia proprio così: inseguendo “un di più solo per te” che non arriverà mai e per il quale ci si indebita con prestiti e mutui che rubano la serenità del cuore.

Accorgersi di chi ha meno; detestare ogni forma di corruzione; mai maltrattare l’altro e accontentarsi dei propri redditi (per non entrare nella dipendenza dal denaro): sono questi i piccoli-grandi sentieri che ci portano al Natale e alla gioia vera. E che ci rendono capaci di accorgersi che il Signore è vicino.

Buona Novena di Natale.

 

Preghiera dei “piccoli”

 

Caro Gesù,

                   ormai l’ho capito: quando i grandi gridano è perché vogliono fare cambiare idea a chi hanno davanti. Sempre.

Appena arrivi Tu, però, le cose cambiano. E tutti (le folle, i pubblicani, i soldati) vanno da Giovanni e chiedono “che cosa dobbiamo fare?”.

Non vogliono più trasformare gli altri, ma domandano a Tuo cugino come cambiare loro stessi.

Credo sia questo il senso del Natale: imparare a stare insieme e disposti ad accogliere l’altro per quello che è.

Sei forte, Gesù.

Non hai ancora iniziato a predicare e già si sente che la Tua presenza ha la forza di trasformare tutto e tutti.

Tu vieni tra le nostre case, Gesù, per rendere ciascuno di noi capace di cambiare dentro e per renderci più forti, in grado di voler bene a chi ci è vicino e soprattutto disposti ad accogliere l’altro così come lui è.

Grazie Gesù per questo Avvento

PER I GIORNI DELL'AVVENTO

PER I GIORNI DELL'AVVENTO

Inizio dell'avvento - periodo dell'anno liturgico che conduce al Natale di Gesù - sottolinea vigorosamente, mediante la voluta ripetizione del verbo vegliare- vigilare, l'esigenza di rimanere svegli, con l'occhio l'orecchio attenti a ciò che succede. Ma ogni giorno è tempo di vigilanza. Più e più volte i testi biblici ci hanno richiamato alle esigenze di non addormentarci, di non lasciarci cullare da chi vuole illuderci, di restare svegli come sentinelle.

Vigilate
 Vigiliamo

quando ci si cercano pretesti

per svuotare gli arsenali militari e per fabbricare nuove armi. 

Vigiliamo quando si preparano le guerre per difendere l'occidente e la "civiltà cristiana”.
 Vigiliamo quando si imprigionano i pacifisti e si nega il diritto di esprimere civilmente il proprio dissenso.

 Vigiliamo quando nei santuari della religione e della politica i poteri si applaudono si abbracciano e si baciano in spettacoli mediatici definiti storici.

Vigiliamo quando i parlamentari fanno i chierichetti e fanno a gara per comparire anche nei raduni di qualche ambigua santificazione di un illustre franchista.

Vigiliamo quando si fanno discorsi religiosi in cui si parla di tutto e di niente e si riduce l' Evangelo a qualche goccia di retorica buonista.

Vigiliamo quando non ci accorgiamo più che al mondo l'80% non ha il necessario per una vita dignitosa.

Vigiliamo quando nella nostra vita crescono i soldi e i consumi e diminuiscono la condivisione e la solidarietà.

Vigiliamo quando pensiamo sempre di più a noi stessi/e e alle nostre cose e sempre di meno agli altri e alle altre.

Vigiliamo quando nella società e nella chiesa si vuole mettere la museruola a chi dice parole scomode e solleva domande inquietanti.

Vigiliamo quando il codice di diritto canonico è più importante del Vangelo, quando si condanna l'amore in forza di una legge ecclesiastica.

 Vigiliamo quando nella nostra vita quotidiana cresce il tempo trascorso davanti al video e diminuiscono gli spazi dedicati al dialogo, allo studio, e al volontariato.
Vigiliamo quando nella nostra vita non troviamo più il tempo di pregare e di confrontarci con il messaggio delle Scritture.

Vigiliamo quando le feste ci addormentano e ci distraggono anziché ravvivare la nostra voglia di vivere e di lottare per un mondo più giusto.

 Vigiliamo quando la nostra vita si chiude nel cerchio dei garantiti e non c'è posto per chi è solo, straniero, disagiato.


E pregate… Signore, liberaci dalla tentazione di adattarci, di rassegnarci, di lasciarci incantare dalle luci fatue e commerciali e donaci un cuore di sentinella, la gioia della sobrietà, il gusto della semplicità, e tanta… tanta sete di libertà.. (Franco B.)

I Domenica di Avvento

I DOMENICA DI AVVENTO  anno C con preghiera dei piccoli

(“Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.)

 

È di nuovo Avvento. E tra poche settimane saremo nuovamente a Natale. “Chissà perché – mi confida Nicola, 71 anni – da ragazzi gli anni non passano mai e dopo una certa età il tempo corre ad una velocità che sembra eccessiva”. Essendo molto vicino alla sua età non ho subito risposto. Ma il suo ragionamento non mi ha convinto. Non capivo perché.

Poi mi sono accorto che non ho mai pensato al tempo come a una giostra che gira su stessa e che riproduce un movimento ciclico e circolare sempre uguale (per avvicinarmi alla morte). Una giostra dalla quale non posso scendere e che mi propone, ad ogni ciclo, il suo carico di fatiche, di ansie e di sofferenze che non posso evitare e che devo solo subire. È uno schema che non mi appartiene. Anche perché l’educazione cristiana che mi è stata impartita fin da bambino mi ha spinto a pensare al tempo come ad un mio avanzare negli anni e nella storia per incontrare il Signore Gesù che ci corre incontro per aiutarmi (e con tutta l’umanità!) a capire che la libertà, la giustizia e l’amore di Dio stanno camminando verso di noi.

La parola Avvento che le prime comunità hanno preso in prestito dall’Impero Romano rivisitandola in modo significativo, vuole dire proprio questo: che Dio è venuto nel mondo – con il Signore Gesù – 2000 anni fa, ma che continua ad occuparsi di noi e a camminare verso di noi per aiutarci a realizzare quel Regno di Pace e di libertà di cui abbiamo bisogno e che senza Lui non possiamo realizzare. Tutto questo significa che nel tempo dell’Avvento non ricordiamo “solo” la nascita di Gesù avvenuta 2000 anni fa, a Betlemme, in modo così anonimo e così poco rumoroso da rendersi inafferrabile (la vera data di nascita di Gesù è un particolare che nessuno conosce nel dettaglio!). Con l’Avvento siamo invitati a prendere coscienza che “anche” oggi – al termine di un 2024 che si è rivelato carico di conflitti e decisamente poco aperto alla speranza – il Dio di Gesù corre verso di noi per renderci capaci di amare, di perdonare, di servire e di fare della nostra vita un dono a chi è nel bisogno e nella sofferenza.

Come diceva il card. Anastasio Ballestrero: “L’anno liturgico, su cui tanto insiste l’insegnamento conciliare, è un autentico itinerario di conversione, di redenzione, di unione in Cristo, di crescita della comunità cristiana e di testimonianza al Signore (Sacrosantum Concilium, 102.103.107). L’anno liturgico non è un «calendario per le feste» ma è la realtà di Cristo Salvatore che viene scandita con ritmo continuato mediante la Parola di Dio, i gesti sacramentali, la preghiera, mediante l’incontro della comunità che vive insieme tutto questo. Si tratta insomma di un itinerario di santità, di conversione.”.

E l’invito del Signore Gesù presentato nel Vangelo di oggi, va esattamente in questa direzione: “State attenti a voi stessi., che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso”. Significa non entrare nel meccanismo disumano di chi pensa al tempo come ad una macchina che corre senza meta e che ci mangia gli anni migliori per poi lasciare il nostro cuore carico di nostalgia e di rimpianti. E quando il cuore è appesantito dalla malinconia per il tempo che è passato (e che non torna più), sulla nostra vita cala un velo di tristezza che spegna la speranza.

Da giovani si sogna la ricchezza, il successo, la gloria e un benessere definitivo per sé e per i propri figli. Con il passare degli anni si capisce che la ricchezza non scalda il cuore e che la ricerca di sempre più denaro è ciò che ci ha allontanati dalla serenità. Si capisce, a volte quando è tardi, che successo, gloria e benessere, sono “astri” effimeri e poco brillanti. Destinati a precipitare nel nulla e a sciogliersi come neve al sole. E l’immagine è molto forte: finti potenti che si credevano eterni come le potenze del cielo che sembrano eterne e immutabili (sole, luna e stelle), vengono spazzati via da una storia umana che non regge chi vuole dominare gli altri.

Ed ecco che Gesù ci consegna, in modo lapidario, la bella notizia: “vegliate in ogni momento”. Tradotto: Non lasciatevi vivere. Non siate sempre di corsa e dunque fermi e schiacciati tra ansia e depressione. Smettetela di parlare da soli, con il denaro, con le cose o contro chi vi è accanto. Riscoprite la bellezza del silenzio e allenatevi a “pregare” inteso come il lasciare che il Vangelo ci consegni la Parola di Gesù che ci insegna a parlare con Dio, con i fratelli, con il creato e anche con noi stessi. Alzate la testa. Mettetevi in piedi. Guardate dalla parte giusta. E tenetevi per mano con la delicatezza di chi sa perdonare e di chi sa cogliere – nell’altro – solo la parte bella, sana e positiva.

Un programma. Un invito. Ma anche un dono e una promessa di libertà perché chi – a qualunque età – cerca speranza, capisca la bellezza della parola Avvento e la gioia che è generata da questo forte e intenso invito di Gesù in chi lo accoglie.

                                                  

                                                                                                   Buon Avvento !

 

 

                                                       Preghiera dei “piccoli”

 

Caro Gesù,

                    la maestra lo ripete spesso: “State attenti”.

Lo dice quando facciamo il dettato, quando dobbiamo risolvere i problemi, quando siamo nell’intervallo (non vuol che giochiamo a palla in classe) e lo urla quando, durante gite e uscite, siamo in strada.

L’altro giorno Fabio ha sbuffato quando la maestra ci chiedeva, per la seconda volta, l’attenzione. E lei – con calma – gli ha spiegato che quando un grande invita un ragazzino a fare attenzione è perché gli vuole bene. E lo fa perché lo vuole aiutare, proteggere e perché non vuole che si faccia del male.

Anche Tu oggi ci dici: “State attenti”.

E anche Tu sei Maestro. Dunque ci vuoi bene, ci vuoi proteggere e non vuoi che ci facciamo del male.

Grazie Gesù perché ci dice “state attenti” e grazie anche perché vieni a vegliare e a pregare con noi.

Grazie per il dono dell’Avvento, Gesù.

FESTA DI CRISTO RE 24 NOVEMBRE 2024

FESTA DI CRISTO RE 24 NOVEMBRE 2024

 

“Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce”

 

Per quanto le categorie monarchiche abbiano abbandonato il nostro tempo (i Re ormai esistono solo nelle rappresentazioni storiche e i pochi che ci sono nel mondo svolgono solo funzioni simboliche), la solennità di Cristo Re continua a suscitare – nella comunità di fede che celebra l’eucarestia domenicale – il suo fascino. Da un lato perché si pone come ponte e come cerniera tra l’anno liturgico che si chiude e l’inizio dell’Avvento che apre il nuovo tempo della celebrazione del mistero di Cristo. Dall’altro lato perché, all’interno di questa collocazione strategica, ci invita non solo a prepararci al Natale ormai già alle porte, ma anche a fare il bilancio di un anno che, con il passare delle stagioni, sembra sempre più breve (“Siamo di nuovo in Avvento?!, Sembra ieri che lo abbiamo celebrato!”).

Un bilancio dell’anno che – grazie a questa saggia e bella ricorrenza – diventa un grande invito ad interrogarci (in modo non troppo superficiale) sul senso del tempo che scorre e del dove ognuno di noi è intenzionato ad arrivare.

Ma lasciamo che a dare il senso e la direzione della Festa di Cristo Re sia il Vangelo di Giovanni che la chiesa ci propone oggi. Siamo al capitolo 18 del quarto Vangelo. Gesù è appena stato arrestato. Sta iniziando il processo-farsa a Gesù dove la sentenza è già stata scritta (condanna a morte) dal potere religioso dei giudei, i quali però non hanno il coraggio di emetterla e per questo chiedono a Pilato, il governatore dell’Impero Romano (l’invasore!), di essere lui ad assumersi questa responsabilità.

Il particolare, tra l’altro, curioso è il seguente: siamo alla vigilia dell’Avvento incaricato di prepararci al mistero della nascita di Gesù e la chiesa ci prepara alla celebrazione del Santo Natale con la pagina di Vangelo che immette Gesù nella passione che precede la sua morte in croce e la sua resurrezione. Per dirci che nella nascita di Gesù è già iscritto il dono della sua vita in croce per tutti noi: per liberarci dalla morte e perché ognuno di noi inizi – già in questa vita – il suo cammino di libertà, di verità e di amore senza fine che proseguirà in quella vita eterna a cui siamo destinati in virtù del nostro battesimo.

Il dialogo tra Pilato e Gesù è, da questo punto di vista, istruttivo e illuminante.

Pilato è il giudice che “chiama Gesù a sé” (“Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù”), ma chi guida il dialogo, chi conduce il gioco e chi si presenta come la vera voce che “chiama” (tutti) a libertà e a verità profonda, è Gesù: “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Si noti il particolare: Gesù non ha detto «chi ascolta la mia voce è dalla parte della verità», ma l’esatto opposto: «solo se stai dalla parte della verità sei nelle condizioni per ascoltare la voce di Gesù». Ed il messaggio è molto forte: Pilato, non può ascoltare quanto Gesù gli dice perché non ha il coraggio di stare dalla parte della verità. Lo ha appena detto al sommo sacerdote: “Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge” (Gv.18,31); tra poco dirà che “io in lui non trovo alcuna colpa” (19,4). La verità Pilato la conosce molto bene. Pilato è consapevole che Gesù è innocente. Così come sa che un vero giudice non può – nel modo più assoluto – condannare a morte un “non-colpevole/innocente” solo per difendere il proprio potere. Condannare un innocente è – per un giudice – una vera bestemmia.

 

Gesù legato “chiama” anche lui a seguire la sua coscienza e a mettersi in ascolto attivo, obbediente e con attenzione della verità che bussa al suo cuore. La verità Pilato la conosce. Ma non ha il coraggio di ascoltarla. Non ne ha la forza. Si rifiuta. Antepone il suo prestigio, le sue paure e il suo potere alla verità. E così facendo non permette alla Parola di Gesù che lo “chiama” a libertà e a verità, di incamminarlo sulla strada della beatitudine.

La Domenica di Cristo ricorda anche a noi che solo se diventiamo capaci di stare dalla parte della verità e se ascoltiamo con libertà, attenzione e obbedienza ciò che dobbiamo fare, diventiamo capaci di accogliere la sua Parola che ci introduce nella via dell’amore e della vita che non ha fine già in questo mondo.

Quante volte il che cosa dobbiamo fare lo sappiamo. Quante volte le intenzioni ci sono. Quante volte la verità la conosciamo. Poi però ci difendiamo. Cerchiamo scuse. “In fondo lo fanno tutti”, “tanto il mondo non lo salvo io”, “Che sarà mai, posso smettere quando voglio”, “In fondo ho bisogno di questo o quell’aiuto: mica posso mettermi contro tutti...”, etc. etc. Così facendo, però, non solo zittiamo la nostra coscienza, ma impediamo anche alla Parola del Vangelo di scendere nel nostro cuore e di darci la forza di attuare quel bene che non può e non deve restare solo sul piano delle intenzioni. Alla sera della vita non saremo interrogati sulle pie intenzioni o sui buoni propositi, ma sulle azioni buone che abbiamo fatto concretamente. Anche perché è questo stare concretamente dalla parte della verità, dell’onestà, della giustizia e della difesa del debole che rende docile il nostro cuore e che apre le nostre orecchie alla Parola del Buon Pastore che chiama sempre e che oggi è anche Cristo Re.

Buona Festa a tutti.                        Guido Tallone

 

 

Preghiera dei piccoli

Caro Gesù,

mio cugino è disabile. Non parla, non cammina e capisce molto poco. Quando sono con lui l’unico gioco che facciamo è battere una mano contro l’altra. Perché lui non riesce a fare nessun altro gioco.

Si chiama Enrico. È bello. Ed è anche bravo. E se ha un po’ di musica nelle cuffie appoggiate sulle orecchie, lui è felice.

La cosa che mi impressiona sempre – quando sono a casa sua – è che suo papà, mio zio, dice sempre che Enrico è il suo Re.

Gli ho chiesto: "Perché lo chiami così?”.

Lui mi ha risposto che Enrico è Re perché non è seduto sul Trono che giudica e perché permette a chi gli sta vicino di sedersi sulla sedia del servizio e dell’ascolto.

Grazie Gesù per questa Domenica. Che è la Festa di Cristo Re, ma anche quella di Enrico Re.

IL DIO CHE CI PORTIAMO DENTRO

IL DIO CHE CI PORTIAMO DENTRO

Diceva il mistico Eckhart: “Chiamo Dio ciò
che è nel più profondo di noi stessi e nel
punto più alto delle nostre debolezze e dei
nostri errori”: E la Yourcenar affermava che
solo chi muore “sa dare un nome al Dio che
porta dentro”.

È molto più difficile accettare che ogni uomo
è un embrione di Dio e che la casa di Dio è
solo il cuore dell’uomo, di quanto sia accettare
un Dio onnipotente fuori dalla nostra vita
e dalla nostra storia.

Sentirsi Dio dentro è farsi carico di una responsabilità
che pochi sono disposti ad accettare.
Meglio affidarsi al Dio dei dogmi e
delle chiese.

È ben più difficile essere fedeli alla propria
coscienza che alle leggi esterne, per il semplice
motivo che la coscienza è la più esigente
di tutte le leggi.

Né la si può beffare, come si può fare con le
leggi. Essa è più severa; è la parte più profonda
di te, che ti dice con chiarezza e con
piena autenticità quando sei infedele al meglio
di te.

I cristiani predicano una “stoltezza” alla quale
neppure loro credono del tutto: che Dio “si fece
carne” e pertanto dolore, ma anche gioia, piacere,
amore in tutte le sue espressioni. Altrimenti
si sarebbe fatto angelo, spirito. No. Si
è fatto uomo, con tutte le sue conseguenze,
con tutte le sue miserie e le sue sublimità.
Ma uomo.

Per questo il dato più certo di ogni religione
sarebbe che Dio è soltanto ciò che di divino
l’uomo si porta dentro.

           Juan Arias

A MARIA, DONNA VERA

Santa Maria, donna vera, icona del mondo femminile umiliato in terra d’Egitto, sottomesso alle sevizie dei faraoni di ogni tempo, condannato al ruolo di abbrustolirsi la faccia dinanzi alle pentole di cipolle, e a cuocere i mattoni per la città dei prepotenti, noi ti imploriamo per tutte le donne della terra.

Da quando sul Calvario ti trafissero l’anima, non c’è pianto di madre che ti sia estraneo, non c’è solitudine di vedova che tu non abbia sperimentato, non c’è avvilimento di donna di cui non senta l’umiliazione.

Se i soldati spogliarono Gesù delle sue vesti, il dolore spogliò te dei tuoi prestigiosi aggettivi. E apparisti semplicemente donna, al punto che il tuo unigenito morente non seppe chiamarti con altro nome: «Donna, ecco tuo figlio».

Tu che rimanesti in piedi sotto la croce, statua vivente della libertà, fa’ che tutte le donne, ispirandosi alla tua fierezza femminile, sotto il diluvio delle sofferenze di ogni specie, al massimo pieghino il capo ma non curvino mai la schiena.

Santa Maria, donna vera, icona del mondo femminile che ha intrapreso finalmente le strade dell’ esodo, fa’ che le donne, in questa faticosa transumanza quasi da un’ èra antropologica all’ altra, non si disperdano come gli Ebrei «nel mare dei giunchi». Ma sappiano individuare i sentieri giusti che le portino lontano dalle egemonie dei nuovi filistei. E perché la tua immagine di donna veramente riuscita possa risplendere per tutte, come la nube luminosa nel deserto, aiuta anche la tua Chiesa a liberarti da quelle caparbie desinenze al maschile con cui ha declinato, talvolta, perfino la tua figura.

Santa Maria, donna vera, icona del mondo femminile approdato finalmente nella Terra Promessa, aiutaci a leggere la storia e a interpretare la vita, dopo tanto maschilismo imperante, con le categorie tenere e forti della femminilità.

In questo mondo così piatto, contrassegnato dall’intemperanza del raziocinio sulla intuizione, del calcolo sulla creatività, del potere sulla tenerezza, del vigore dei muscoli sulla morbida persuasione dello sguardo, tu sei l’immagine non solo della donna nuova, ma della nuova umanità preservata dai miraggi delle false liberazioni.

Aiutaci, almeno, a ringraziare Dio che, se per umanizzare la terra si serve dell’uomo senza molto riuscirei, per umanizzare l’uomo vuol servirsi della donna: nella certezza che stavolta non fallirà.

 

                                                                          +  don Tonino Bello

Preghiera per chi si trova in carcere

Signore Gesù, io sono un/a carcerato/a,

avrei più tempo dei monaci certosini per pregarti…ma tu sai quanto sia difficile pregare per un carcerato.

E’ difficile pregare e credere,quando ci si sente abbandonati dall’umanità.

Anche per te fu difficile pregare sulla croce e gridasti la tua angoscia,

la tua delusione, la tua amarezza.“Perché, perché mi hai abbandonato?”

Un perché, che sulle tue labbra era diverso……perché tu eri “innocente”.

Anche tu fosti un carcerato, un torturato,un imputato e un condannato.

Ad un tuo compagno di condanna, pentito e Fiducioso in Te, hai assicurato il Paradiso. Lo hai proclamato Santo.

A Te Signore, vittima viva di tutte le ingiustizie commesse dalla giustizia umana, rivolgo il mio grido.

Accettalo come preghiera. Tu scusi, perdoni, dimentichi. Io, però, non voglio essere commiserato da nessuno: voglio che si creda in me, nella mia ri-generazione. Non voglio rinunciare ad essere, voglio credere che

almeno Tu, il più giusto ed innocente dei condannati della storia sarai capace di capire le mie lacrime, la mia rabbia.

Tu sei l’unico filo di speranza vera. Signore Gesù, dammi la fede nella vera libertà che è dentro di me.

E che nessuno può strapparmi.

Preghiera per la pace

Preghiera per la pace

P. Carlo Maria Martini

O Dio nostro Padre, ricco di amore e di misericordia, noi vogliamo pregarti con fede per la pace, addolorati e umiliati come siamo a causa degli episodi di violenza che hanno insanguinato e insanguinano Gerusalemme, città il cui nome evoca subito il mistero di morte e di risurrezione del tuo Figlio, di Gesù che ha donato la sua vita per riconciliare ogni uomo e ogni donna di questo mondo con te, con se stessi, con tutti i fratelli. Città santa, città dell'incontro eppure città da sempre contesa, da sempre crocifissa e sulla quale il tuo Figlio, i profeti e i santi hanno invocato la pace.

Noi vogliamo pregarti con fede per la pace in tanti altri paesi del mondo, per i numerosi focolai di lotte e di odio; vogliamo pregarti per gli aggressori e per gli aggrediti, per gli uccisi e gli uccisori, per tutti i bambini che non hanno potuto conoscere il sorriso e la gioia della pace.

E' vero, Signore, che noi stessi siamo responsabili del venire meno della pace, e per questo ti supplichiamo di accogliere il nostro accorato pentimento, di donarci una volontà umile, forte, sincera per ricostruire nella nostra vita personale e comunitaria rapporti di verità, di giustizia, di libertà, di carità, di solidarietà. Ti confessiamo i nostri peccati personali e sociali: il nostro attaccamento al benessere, i nostri egoismi, le infedeltà e i tradimenti a livello familiare, la pigrizia e lo sciupio delle energie vitali per cose vane e frivole, dannose, il nostro voltare la faccia di fronte alle miserie di chi ci sta vicino o di chi viene da lontano. Vivendo così, non abbiamo forse pensato di renderci responsabili della distruzione di quell'edificio invisibile che è la pace. La pace terrestre è riflesso della tua pace che tu ci doni e ci affidi, nasce dal tuo amore per l'uomo e dal nostro amore per te e per tutti i fratelli.

Cambia il nostro cuore, Signore, perché siamo noi i primi ad avere bisogno di un cuore pacifico. Purificaci, per il mistero pasquale del tuo Figlio, da ogni fermento di ostilità, di partigianeria, di partito preso; purificaci da ogni antipatia, da ogni pregiudizio, da ogni desiderio di primeggiare.

Facci comprendere, o Padre, il senso profondo di una preghiera vera di pace, di una preghiera di intercessione e di espiazione simile a quella di Gesù su Gerusalemme. Preghiera di intercessione che ci renda capaci di non prendere posizione nei conflitti, ma di entrare nel cuore delle situazioni insanabili diventando solidali con entrambe le parti in contesa, pregando per l'una e per l'altra. Noi vogliamo abbracciare con amore tutte le parti in causa, fiduciosi soltanto nella tua divina potenza. Se noi preghiamo perché tu dia vittoria all'uno o all'altro, questa preghiera tu non l'ascolti; se ci mettiamo a giudicare l'uno o l'altro, la nostra supplica tu non l'ascolti.

Manda il tuo santo Spirito su di noi per convertirci a te! Non ci illudiamo di superare le nostre inquietudini interiori, i rancori che ci portiamo dentro verso un popolo o verso un altro se non lasciamo spazio allo Spirito di gioia e di pace che vuole pregare in noi con gemiti inenarrabili. E' lo Spirito che ci fa accogliere quella pace che sorpassa ogni nostra veduta e diventa decisione ferma e seria di amare tutti i nostri fratelli, in modo che la fiamma della pace risieda nei nostri cuori e nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità e si irradi misteriosamente sul mondo intero sospingendo tutti verso una piena comunione di pace. E' lo Spirito che ci aiuta a penetrare nella contemplazione del tuo Figlio crocifisso e morto sulla croce per fare di tutti un popolo solo.

E tu, Maria, Regina della pace, intercedi affinché il sorriso della pace risplenda su tanti bambini sparsi nelle varie parti del mondo, segnate dalla violenza e dalla guerriglia; veglia sulla tua terra, su Gerusalemme, suscita nei suoi abitanti desideri profondi e costruttivi di pace, desideri di giustizia e di verità. Noi ti promettiamo di non temere le difficoltà e i momenti oscuri e difficili, purché tutta l'umanità cammini nella pace e nella giustizia, così che si avveri pienamente la parola del profeta Isaia: "Ho visto le vostre vie e voglio sanarle [...] Pace, pace ai lontani e ai vicini, dice il Signore, io guarirò tutti"

 

 

II DOMENICA DI AVVENTO ANNO B

    II DOMENICA DI AVVENTO  ANNO B

Dal vangelo secondo Marco 1, 1- 8

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:  Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

La domanda ce la siamo posta tutti: perché il femminicidio di Giulia Cecchettin ha scosso e smosso più degli altri femminicidi (più di cento nel solo 2023)? Le ragioni sono molte e sono nascoste nella profondità del cuore umano e nella pancia della nostra società. Ma credo di non sbagliare se dico che in questa dolorosa e drammatica vicenda papà e sorella di Giulia hanno fatto la differenza. Hanno lasciato che il male squarciasse la loro vita e la loro carne, ma non hanno permesso al dolore di aprire le porte dell’odio, del rancore e della vendetta. Si sono ritrovati piegati dalla tragedia, ma non si sono spenti, adagiati e ammutoliti. Non si sono chiusi nel mutismo che la morte violenta vorrebbe imporre a chi piange e non hanno gridato in modo scomposto. Hanno parlato sottovoce, ma con parole ferme e chiare; hanno chiesto di non esorcizzare la violenza di genere con il silenzio di rito, ma hanno invitato a fare rumore; hanno chiesto presenza, coinvolgimento e vicinanza perché il ritrovarsi soli in presenza del dolore e del male spegne la voglia di vivere. E hanno ricordato – a tutti, nessuno escluso – che l’amore vero non offende, non umilia, non picchia e non uccide. Mai.

Il discorso del papà di Giulia al funerale della sua amata figlia (che, come è stato detto in molte occasioni, andrebbe letto in classe, a scuola e nei contesti formativi) ha – infine – consegnato all’intero Paese una direzione da percorrere per dare all’educare la forza di costruire uomini e donne capaci di reggere tanto le fatiche quanto le sconfitte della vita senza mai cedere alla scorciatoia della violenza.

In pratica – e non credo di essere il solo a convivere con questi pensieri – la famiglia di Giulia ha tracciato il sentiero e la direzione delle reazioni quando la morte bussa alle nostre case e soprattutto quando è la violenza a spegnere la vita delle persone care.

Papà, sorella e fratello di Giulia si sono fatti carichi non solo del loro dolore, ma anche del disorientamento del nostro Paese che constata oggettivi fallimenti educativi per indicarci una strada nuova da percorrere: più umana e meno all’insegna della fragilità saldata con la violenza.

Ma è proprio questa la funzione del profeta: dirci come muoverci e dove andare quando il dolore, la fatica o l’errore annebbia la nostra vista; quando tutti percorrono scorciatoie che allontanano dalla mèta e quando si è tentati dal seguire la folla, la moda o le emozioni del momento. Giovanni Battista è il profeta che spiega a chi cerca un senso al proprio vivere che solo Gesù ci dice chi siamo e ci indica dove andare e come procedere.

Ma per sentire la voce di Giovanni Battista è necessario uscire dal rumore della folla e decidere – una volta per tutte – di entrare in quello spazio di silenzio, di serietà, di raccoglimento e di spiritualità autentica che si chiama deserto. Chi cerca la verità su sé stesso incontra la risposta ai suoi dubbi e alle sue speranze – Gesù di Nazaret – solo se ha il coraggio di uscire dalle sue paure per attraversare il deserto-silenzio che immette nella gioia generata dal vivere con Lui e per Lui (che significa, poi, vivere con i fratelli e per i fratelli!).

Preghiamo spesso, come chiesa, perché il buon Do susciti vocazioni sacerdotali e religiose per le nostre comunità. Preghiamo meno (quasi mai) perché il buon Dio ci apra gli occhi e ci faccia incontrare i profeti che, ancora oggi, sono in grado di consegnarci le parole giuste per vivere allontanandoci dalla superficialità che tutto brucia e distrugge.

Il profeta non si si sostituisce a Gesù. Non gli copre la voce e la Parola. Con le sue parole, però, il profeta avvicina la nostra vita alla presenza che libera e che salva. Per usare le parole di Giovanni Battista: ci ricorda che dopo di lui viene uno più forte di lui che ci cerca per immergere le nostre vite nell’amore di Dio che ci ama per primo. Ed è di questi profeti che abbiamo bisogno. Soprattutto oggi che anneghiamo tra parole inutili, false o al solo servizio della pubblicità o della ricerca del consenso.

Abbiamo bisogno di profeti che ci insegnino ad ascoltare la sola Parola che ci insegna a tacere e a parlare; a fare silenzio e a fare rumore; a piangere e a rialzarsi; a difendere la propria famiglia, ma ad aprirsi anche alla comunità tutta e alla fraternità universale.

Abbiamo bisogno di profeti che ci ricordino che la fragilità è forza se non entra nella spirale della violenza e che camminare sotto la pioggia è il solo modo per andare avanti e per scoprire che, inevitabilmente e grazie a Dio, le lacrime non hanno il potere – mai – di indurire il cuore e di spegnere la bellezza del sorriso.

Il sacrifico di Giulia non è stato inutile. Ci ha fatto scorgere profeti in mezzo a noi capaci di riportarci alla forza del Vangelo, alla bellezza di Giovanni Battista e dei suoi successori che Dio ci dona perché ognuno di noi incontri il senso della vita.

                                        

                                                                   Preghiera dei piccoli  

                   

Caro Gesù,   a scuola abbiamo studiato che la parola “vangelo” significa “buona notizia” ed era usata dai romani per dare a tutti l’annuncio di una vittoria in guerra.  Chissà quali “buone notizie” possono nascere da guerre, morti e  distruzioni varie.  Ed è per questo motivo che gli evangelisti prendono la parola usata dall’Imperatore e la saldano a Te, Gesù: per dire a tutto il mondo che nessun imperatore ci salva e che solo Tu, Gesù, sei la buona notizia che tutti cerchiamo.

Gesù lo sai: sono in tanti i grandi che non guardano più il telegiornale perché stanchi delle brutte notizie.

Gesù, aiutami a capire che solo Tu ci porti la buona notizia che ci salva. E rendimi un tuo postino: pronto a portare la Tua gioia a chi sta male.

Gesù è la prima volta che mi preparo al Natale con l’aiuto del Vangelo e della mia comunità.