Preghiere poesie

PRIMO GENNAIO 2020

PRIMO GENNAIO 2020

Maria santissima Madre di Dio (Luca 2,16-21)

 

«Andarono [i pastori], senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo».

 

“Vergine Madre, figlia del tuo figlio, in cui il suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura” (Dante).

Maria viene oggi celebrata come Madre di Dio.
Ma non è l’essere divenuta Madre di Dio a rendere grande Maria – (questa è opera dell’Amore) – ma il suo sì, la sua disponibilità all’azione di un Altro in sé. Ciò che rende grande la creatura è riconoscersi tale, ‘opera di un altro’.
Maria, la ‘benedetta tra tutte le donne’, sconosciuta perfino a se stessa, fa ora della sua vita un oblio di sé, spazio vuoto per l’accadere di Dio.
Laddove non c’è più l’io, c’è Dio.

Maria, Madre di Dio, è solo terra feconda. Semplice campo arato, perché il seme vi possa cadere e sbocciare. Poi sarà il seme a fare il suo corso: «dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso [il contadino] non lo sa» (Mc 4, 27); l’energia, la potenzialità sta tutta racchiusa nel seme, chiede solo un terreno in cui poter portare frutto.

Maria è madre paziente. Ha atteso nove mesi come tutte le madri, poi prende tra le braccia la carne della sua carne, perché Dio non scavalca mai l’umano, non avendo strade preferenziali.
Con Gesù impariamo che i tempi di Dio son quelli dell’uomo, della natura, della maturazione, dell’attesa. L’amore sa aspettare.

Maria è madre della fatica del capire. Con la calma propria degli amanti è divenuta discepola del suo figlio. L’assurdo, il dubbio, la domanda non l’hanno risparmiata se un giorno s’è recata da Gesù con l’intento di riportarselo a casa ritenendolo impazzito (cfr. Mc 3, 21).

Maria la madre, non è stata preservata nemmeno dal dolore.
L’amore non toglie l’amato dalla sofferenza, ma accompagna, sta accanto e con-patisce. Dopo una vita passata a maturare alla luce del figlio, non è divenuta Madonna, ma discepola, aggrappata al patibolo infame, scoprendo lentamente che a compiere una vita, non è l’essere integerrimi di fronte alla Legge divina (cfr. Lc 2, 22.23.39) ma un amore capace di andare sino alla fine.

                                                                                                             don Paolo Scquizzato

 

54 Giornata Mondiale della Pace La cultura della cura come percorso di Pace

 

         I numeri del 2020 riferiti al covid li consociamo: oltre 82 milioni di contagiati nel mondo e quasi 2 milioni di morti distribuiti nei cinque continenti. Anche in Italia le cifre sono impressionanti: i contagiati hanno superato i 2 milioni e i morti sono – per ora – a quota 73.000 (in Europa le vite umane fermate dal covid superano i 560.000).

            Sappiamo anche, però, che stiamo parlando di persone, di volti, di storie, di famiglie e anche di ruoli sociali vissuti intensamente (per dare qualche cifra: 273 medici morti in Italia perché stroncati dal covid, 60 gli infermieri e 28.000 i contagiati, mentre sono 184 i preti che hanno concluso la corsa terrena a causa di questa pandemia) e che tutta questa fatica sta mettendo a dura prova la nostra fede

            Quante volte siamo stati tentati di dirci, in questi mesi, “Ma Dio, dove sei? Perché non intervieni? Perché non fermi questo virus?”. Ci siamo ribellati quando falsi predicatori hanno associato questa pandemia al castigo di Dio (e abbiamo ritenuto di competenza psichiatrica chi riduce Dio ad un distributore di virus per castigare la nostra umanità), ma è indubbio che in quasi tutti noi si è spenta – per ora – la voglia di ringraziare Dio per questo tempo.

            Il cuore umano è fatto così: quando il bene è abbondante sulla nostra vita, non c’è tempo per ringraziare nessuno anche perché tutto ci sembra dovuto.

            Quando però il male bussa alle nostre porte, si protesta, si impreca, si domanda a Dio dove si è nascosto, perché non interviene e perché permette tutto questo disordine.

            Alle prese con il verbo ringraziare il Vangelo ci presenta, però, una diversa e migliore umanità. Quando le cose procedono per il giusto verso (salute, casa, lavoro, ambiente, affetti. etc.) siamo invitati a cogliere questi beni come tracce (evidenti) della bontà di Dio e a lodarlo (come fanno i pastori descritti oggi nel Vangelo: “I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.” –  Lc. 2,20).

            Quando però il male raggiunge Gesù, Lui non impreca e non protesta contro Dio. Sulla croce, condannato ingiustamente, Gesù sceglie di pregare con la Parola di Dio e recita il solo salmo che racconta il cammino dell’uomo che prima è devastato dal dolore, dalla sofferenza e dalla solitudine, ma poi riesce ad aprirsi alla lode e alla consolazione della comunità. Gesù con sole quattro parole (“Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”) chiede alla Parola di Dio di aiutarlo a situare il male che lo aggredisce alla presenza del Dio che non abbandona mai (ed è bello, in questi drammatici giorni provare a leggere tutto il salmo 22 e il successivo salmo 23 in cui il Signore ci viene presentato come il pastore buono che ci conduce oltre la fatica e sui pascoli del riposo vero!).

            Ma si noti anche che negli ultimi istanti di vita in croce, Gesù ha ancora la forza:

  • per perdonare chi gli sta facendo del male (“Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno»” – Lc. 23,34);
  • per chiedere ai suoi cari di accogliersi a vicenda (“Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!»” - Gv. 19,26s);
  • per ascoltare la preghiera dell’ultimo disgraziato che gli chiede un atto di carità: (“Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso.»” – Lc. 23,43).

            Ecco il senso del nostro Te Deum.

            Ringraziare Dio per tutti i doni che sempre ci ha fatto e per il bene che ha saputo offrirci anche in questo tempo di pandemia (sono circa 400.000, in Italia, i bambini nati nel 2020!). E poi chiedere a Dio che ci insegni a pregare. Che ci aiuti, con il salmo 22, a portare fatica e sofferenza sul piano della lode e che ci pungoli a passare dalla solitudine alla comunità. Solo – però – se nella fatica diventiamo capaci, come Gesù, di perdonare chi ci fa del male, di aprire le nostre relazioni all’accoglienza e di ascoltare chi – vicino a noi – chiede aiuto, saremo tutti insieme nella vita che non ha fine. Nel paradiso.

            Nel Te Deum affidiamo a Dio anche le tante sorelle e i tanti fratelli che ci hanno lasciato, ma che ora pregano per noi dal Suo Regno.

 

 

Grazie o Dio,

                            perché ci insegni a ringraziare anche nella tempesta e perché ci educhi, quando stiamo male, a non lasciarci piegare dalla fatica e ad aprire il nostro cuore a chi ha bisogno di noi.

     Liberaci dal male e rendici, o Padre buono, capaci di amare e di perdonare per tutti i giorni del 2021.

     Per Cristo nostro Signore.

SANTO NATALE 2020

SANTO NATALE  2020

 Dal Vangelo secondo Luca 2, 1-14

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.

Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.

Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».  E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».   

 

L’annuncio della nascita di Gesù ai pastori è costruito – dal punto di vista letterario – in maniera davvero efficace.

Si parte sommessamente: «C’erano in quella regione alcuni pastori».

E fin qui niente di eccezionale, anzi l’immagine che viene proposta è quella della tipica normalità abitudinaria legata alle attività di campagna.

È poi aggiunto un dettaglio: «pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge».

Nell’atmosfera statica dell’immagine di partenza viene introdotta una “pulsazione anomala”. È notte, ma non si dorme. I pastori non sono nel proprio letto al caldo, ma all’aperto e sono svegli, per fare la guardia al gregge. Sono “svegli” – ecco l’elemento che rompe la staticità. Sono “allerta”: potrebbe accadere qualcosa.

La stessa pulsazione arriva anche a noi lettori: nel “fermo-immagine” proposto all’inizio non tutto è “fermo”. Anche noi ci mettiamo “allerta”.

Ciò che accade però non è ciò che ci si aspetta: non arriva qualche bestia feroce o qualche malintenzionato. A sopraggiungere è qualcun altro: «Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce».

Nella calma placida di una notte uguale a tutte le altre notti, si presenta sulla scena un messaggero di Dio, che avvolge i pastori di luce. Immaginiamoci questa scena: l’evangelista, passaggio dopo passaggio, sta costruendo una parabola ascendente che punta dritta verso un vertice. Non ci siamo ancora però: certo l’irrompere dell’angelo e il suo rischiarare la notte è già un bell’effetto scenografico, ma – se rileggiamo bene – la scena continua a mantenersi sostanzialmente statica: «Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce».

La reazione dei pastori però movimenta il quadro: «Essi furono presi da grande timore». E sembra di vederseli, non più immobilizzati nella ripetizione dei gesti di sempre, ma agitati, frementi, con gli occhi strabuzzati.

«Ma l’angelo disse loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo”»: la frenesia e l’inquietudine tornano per un momento a placarsi. Non si tratta di un messaggero che porta cattive notizie. Non c’è da temere. Quello che vuole dire è un vangelo, l’annuncio di una grande gioia, per tutti: «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”».

Riparte l’agitazione: Un salvatore? Per noi? Il messia?

Ma nonostante mille domande si agitino nel cuore dei pastori e nel nostro, non siamo ancora arrivati in cima… tutti i passi fatti finora conducono all’ultima parola che l’angelo ha da dire: «Questo per voi il segno»…

Oh mamma mia… eccoci… il segno…

Che segno sarà? Quale segno potrà mai “segnare”, “significare” l’arrivo del salvatore, del messia, di qualcuno che è venuto per noi?

Proviamo a rispondere veramente: quale segno potrebbe essere efficace per dire che è arrivato Dio? Cosa ci viene in mente? Quale sceglieremmo noi?

Dimmi il segno che immagini… e ti dirò chi sei… e che idea di Dio hai…

L’evangelista Luca indica un segno apparentemente deludente. Tutta questa scalata pirotecnica di angeli e luce e messaggi altisonanti dal cielo per indicare «un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».

Un bambino avvolto in fasce adagiato in una mangiatoia?

Ma che segno di Dio è?

Se avvertiamo l’incongruenza l’evangelista è riuscito nel suo artificio letterario: portarci a chiederci se il problema è il segno, che ci pare deludente, o l’idea di Dio che abbiamo in testa, che ci fa apparire deludente il segno.

                                                                                                            don mario

 

CARO GESÙ  ( Preghiera dei Piccoli)

 

Caro Gesù,

        tra i miei regali di Natale c’è una bella calcolatrice.  Sono contenta. Mi serve per fare i compiti. La voglio però tenere sulla scrivania, vicino al Vangelo che mi hanno regalato per la prima Comunione.

E sai perché?

Per ricordarmi, sempre, che per amare bisogna imparare a non “contare”.

   Amare vuol dire spendere noi stessi senza fare troppi calcoli. E poi ormai l’ho capito: chi ama non è interessato a contare di più, ma vuole aiutare chi conta così poco da stare male.

   Gesù se tu avessi usato la calcolatrice per decidere di venire in mezzo a noi, non saresti nato a Betlemme.

Grazie Gesù.

Ti prego per tutti coloro che non contano nulla; per quanti sono solo numeri; per i tanti, troppi morti per questa epidemia e per tutti coloro che ci aiutano a combatterla.

Rendi Tu, Gesù, “buono” questo Natale.

IV DOMENICA DI AVVENTO B

IV DOMENICA DI AVVENTO B

«Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: “Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te”.29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30L'angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.34Allora Maria disse all'angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”. 35Le rispose l'angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio”. 38Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. E l'angelo si allontanò da lei».

 

Il vangelo di questa domenica, l’ultima prima di Natale, ci avvicina decisamente all’evento che stiamo aspettando: la memoria della nascita di Gesù. Ci viene infatti raccontato il momento dell’annunciazione a Maria.

Il testo è tratto dal vangelo di Luca, che insieme a quello di Matteo, è l’unico che parla di Gesù bambino.

I testi dell’infanzia, come sappiamo, non sono cronache dei fatti, ma racconti teologici: essi cioè puntano a fondare nelle origini (dalla nascita e addirittura prima della nascita) l’eccezionalità del personaggio (Gesù) protagonista dei vangeli.

Leggendo questo brano è perciò importante chiedersi non tanto cosa sia accaduto realmente e come sia possibile che certi passaggi siano verosimili, ma cosa hanno voluto dirci di Gesù gli evangelisti, e in questo caso, cosa abbia voluto dirci l’evangelista Luca.

La prima cosa che salta agli occhi è che nella vita di Gesù è all’opera un attore particolare: Dio.

Questo è evidente fin dall’inizio: non è l’angelo Gabriele ad andare da Maria, ma egli «fu mandato» (verbo passivo) «da Dio». L’iniziativa è sua.

Ed è di Lui che l’angelo parla, della sua iniziativa: Maria è chiamata da Gabriele «piena di grazia», cioè “amata gratuitamente”. Da chi? Da Dio, ovviamente: riecco dunque spuntare la sua iniziativa. Il tutto ribadito anche in seguito: «hai trovato grazia presso Dio».

Queste espressioni stanno a indicare che l’origine dell’esperienza storica di Gesù non è da cercare nelle vicende umane e nemmeno in quelle angeliche: la nascita di Gesù è iniziativa di Dio.

 

Il protagonista dell’intero libro del vangelo di Luca viene dunque immediatamente accreditato come “proveniente da Dio”.

Eppure… la storia che viene costruita intorno all’origine storica di Gesù non mostra unicamente l’iniziativa di Dio: viene infatti subito introdotta anche la commistione con gli uomini, anzi, con le donne. L’origine storica di Gesù non è esclusivamente divina, ma inclusivamente umana. Nella storia narrata da Luca, per fondare l’origine storica di Gesù, Dio

– tramite il suo messaggero – chiama in causa una donna: Maria.

Questo – se non fossimo troppo abituati a sentire il racconto – dovrebbe farci sussultare.

Se, infatti, l’unica intenzione dell’evangelista Luca fosse stata quella di fondare l’origine storica di Gesù in un’iniziativa divina, avrebbe potuto raccontarci di una “spedizione” diretta del Figlio: cioè avrebbe potuto raccontarci una storia in cui Gesù veniva mandato direttamente sulla terra, senza passare per Maria.

Invece no… perché?

Perché l’evangelista Luca aveva il problema opposto al nostro (e se non ne teniamo conto, rischiamo di fraintendere quello che ha voluto trasmetterci). Noi, infatti, guardiamo alla nascita di Gesù dando per scontato (senza forse capire fino in fondo cosa significhi) che Gesù è Figlio di Dio e infatti ci stupiamo del “passaggio attraverso Maria”; i primi cristiani, invece, davano per scontato che Gesù fosse un uomo (perché davanti agli occhi avevano avuto sempre e solo un uomo in carne ed ossa), tant’è che l’accusa che veniva loro mossa (che poi era la stessa che era stata mossa a Gesù durante il processo) è che ritenessero Dio un uomo. Ecco perché per loro era così importante fondare divinamente l’origine storica di Gesù.

Il punto di vista di Luca è dunque quello di testimoniare che colui che – agli occhi – appariva solo come un uomo, in verità veniva da Dio.

Eppure – quell’uomo che veniva da Dio – era davvero “passato per Maria”. Questo era un dato di realtà che Luca – in tutto il suo sforzo di accreditare divinamente l’origine di Gesù – non poteva negare: tutti sapevano che Gesù era il figlio di Maria e del falegname. Tutti sapevano che era un nazareno (mentre il messia doveva essere un betlemmita della stirpe di Davide).

Ecco allora che i dati di realtà vengono plasmati (non negati) in modo che “stiano dentro” (collimino) con le antiche profezie messianiche. I primi cristiani sono così convinti che Gesù sia il messia, che gli cuciono addosso un’identità originaria funzionale alla sua identificazione con il messia atteso.

Di tutta questa opera di cucitura a noi rimane: la loro convinzione che Gesù venisse da Dio e la loro fedeltà ai dati di realtà che mostrano il passaggio attraverso il grembo di una donna, in un luogo geografico preciso: Nazaret.

Qual è il nostro compito? Non sbagliare il punto prospettico da cui guardare.

Se leggeremo il vangelo partendo dalla convinzione che Gesù è Figlio di Dio, continueremo a trovare “strana” (estrinseca) la sua umanità. Se invece – come i primi cristiani – leggeremo il vangelo partendo dall’evidenza che Gesù era un uomo, potremo finalmente convertire la nostra idea di Dio, che è lo scopo dei vangeli (e prima ancora di Gesù stesso).

Detto con uno slogan: il vangelo non è il percorso dall’ideale al reale, ma dal reale all’ideale.

Chiara Giuliani - Fraternità di Lessolo

 

Preghiera dei “piccoli”

Lc. 1,26-38

Caro Gesù, oggi, in chiesa, Simone ci ha fatto ridere.
Dopo la lettura di questo Vangelo, sottovoce ha detto: “Meglio «Ave» che «Rallegrati». Altrimenti per il don che pizzica la “erre” l’Ave o Maria sarebbe una tortura”.
Siamo scoppiati tutti a ridere. Anche il don però ha sentito. E ha confermato: “Per me è molto meglio dire «Ave», ma – ha aggiunto – non dimenticate mai che il vero saluto dell’angelo a Maria è “rallegrati”: per aiutarci a capire che Gesù viene verso di noi per portare gioia, non per sgridare o punire.”.

Grazie Gesù perché con una sola parola ci dici tutto. E ci fai capire che solo chi si mette al Tuo servizio è contento.
Prima di andare a letto, e fino a Natale, voglio dire “Rallegrati Maria” e poi lo ripeto mettendo il mio nome.
Sono contento, Gesù, anche se siamo in un tempo un po’ brutto.

II DOMENICA DI AVVENTO B

II DOMENICA DI AVVENTO B

«Viene dopo di me colui che è più forte di me.»    Mc. 1,1-8

«Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.

2Come sta scritto nel profeta Isaia:

Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:

egli preparerà la tua via.

3Voce di uno che grida nel deserto:

Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri,

4vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. 5Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. 6Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. 7E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali.

8Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

 

All’inizio del suo Vangelo, Marco ci presenta Giovanni il Battista intento a proclamare la conversione attraverso un atto di purificazione. In questa sua missione, il profeta ci viene presentato vestito di peli di cammello, con una cintura ai fianchi, e come un uomo che si nutre di cavallette e miele selvatico.

Peli di cammello (v. 6). Il cammello, si riteneva fosse l’unico animale in grado di attraversare il deserto – luogo tipologico di morte – senza disorientarsi e quindi morire. Marco ci invita qui a rivestirci di Cristo – colui che ha attraversato la morte -, di vivere la sua parola, la sua stessa logica ossia quella fondata sul bene, unico modo per attraversare il quotidiano segnato dalla morte potendo così vivere per sempre (cfr. Rm 13, 14).

Giovanni, ci informa ancora Marco, porta ai fianchi una cintura di pelle (v. 6b); nel cammino di esodo in vista della liberazione, il popolo ebraico fu chiamato a cingersi l’abito con una cintura (Es 12, 11), per poter camminare liberamente e speditamente, senza inciampare, in vista della Terra Promessa. Siamo donne e uomini costituiti per andare avanti, verso un orizzonte di compimento, per entrare nella pace del cuore, il proprio compimento, nostra terra promessa. Occorre non inciampare in distrazioni inutili che rallentano, distraggono o addirittura conducono da altre parti.

Il Battista si nutriva di cavallette (v. 6b); un’antica leggenda semitica racconta che nel deserto viveva un tipo di cavalletta in grado di mangiare addirittura un serpente, simbolo male.

Inoltre quest’uomo del deserto si nutre di miele selvatico (v. 6b). Il miele in tutta la Bibbia è simbolo della Parola di Dio. Ora, fuori di metafora, se nel deserto della nostra esistenza, dove tutto pare avere sapore di morte, di sconfitta, di male cominciamo a nutrirci della Parola di Dio, ossia del ‘fare esperienza’ dell’Amore, del bene in grado di vincere anche la morte, allora impareremo a distruggere quel ‘serpente’ che ha voluto da sempre inocularci la tremenda idea menzognera su Dio come padre-padrone, vendicativo e giudice così da incamminarci speditamente verso il suo abbraccio di misericordia e bontà, luogo pensato per noi da sempre, nostra Terra Promessa.

E là, nutriti da questo amore, consapevoli che siamo figli amati, rivestiti insomma dei medesimi sentimenti di Cristo (Fil 2, 5), possiamo oltrepassare la morte stessa, perché finalmente in grado di amare.

don Paolo Scquizzato

 

Preghiera dei “piccoli”

Caro Gesù,
il vangelo di Marco e quello di Giovanni iniziano tutti e due con la stessa parola: “inizio” o “principio”. Ma “Principio” è anche la prima parola della Bibbia e del racconto della creazione.
Tutte cose che non sapevo.
Quando mia zia Carla (che è catechista) mi ha fatto notare questi particolari, ho capito che Tu, Gesù, sei venuto sulla nostra terra per iniziare – per noi – una nuova creazione.
Abbiamo bisogno, Gesù, del Tuo aiuto per mandare via dalla nostra vita questo brutto virus.
Ri-crea, Gesù, per tutti noi, la vita normale fatta di scuola, catechismo, visite ai nonni e attività sportive senza mascherine e senza paure.
Rendici capaci, Gesù, di iniziare quel nuovo modo di vivere che tu ci hai donato: da fratelli che si vogliono bene.
Principio e inizio: grazie Gesù perché tutto ciò che sei lo regali a noi.

 

Benedizione:

"Signore, benedici questo popolo

che cerca il proprio volto sotto la maschera ed ha difficoltà a riconoscerlo.

Benedici questo popolo che spezza le sue catene

e con lui tutti i popoli dell'Europa, tutti i popoli dell'Asia,

tutti i popoli dell'Africa,

tutti i popoli delle Americhe,

che trasudano sangue e sofferenza. Ed in mezzo a questi milioni di onde,

guarda le teste ondeggianti del mio popolo.

Fai che le loro calde mani, possono cingere la terra con una cintura di mani fraterne e sororali

sotto l'arcobaleno della tua pace".

Léopold Sédor Senghor